Abitare i suoni della Terra XII – La musica come rimedio al dolore dell’esistenza

Se dovessimo sinteticamente delineare una fenomenologia del dolore che caratterizza l’esistenza umana in tutte le sue forme, avremmo sempre a che fare con qualcosa che ci lacera, che strappa il nostro essere e ci separa da qualcosa o da qualcuno. Il soffrire implica un sopportare dentro di noi lo strappo che ha subito il nostro essere. Questa lacerazione può essere di varia natura, parliamo infatti di traumi che riguardano il nostro corpo, ma anche di traumi che riguardano la nostra anima. In ogni caso, quello che rimane costante è questo sentirsi lacerati, ossia separati da qualcosa o da qualcuno. Il dolore è quindi, prima di tutto, un “sentirsi separati da”. Non importa se questo “sentirsi separati da” riguardi una ferita che ha subito la nostra mano o la perdita di una persona cara, rimane comunque, come nucleo essenziale del dolore, la rottura di un legame precedente. Il dolore è sempre la rottura di un legame. A sua volta, il legame assume nella nostra esistenza innumerevoli forme, può essere la sensazione di benessere del nostro corpo, quando tutti i suoi organi concorrono fisiologicamente alla vita dell’intero, può essere l’amore dei nostri genitori che costituiscono quella bolla d’amore in cui ci sentiamo protetti e ascoltati, può essere il legame amoroso tra due persone che si intrecciano mediante i loro corpi e le loro anime, può essere un autentico rapporto di amicizia in cui sentiamo di poter essere noi stessi, o può essere quella sensazione che abbiamo quando, soli con noi stessi, viviamo un profondo dialogo interiore. In tutti questi esempi, come anche in altri casi, quello che rende il legame fonte di gioia e benessere è la sensazione di poter essere pienamente noi stessi. Infatti, il legame diventa oppressivo quando nega la nostra natura, svilisce chi e cosa siamo, facendo della relazione stessa una fonte di lacerazione e quindi di separazione. Il legame nocivo è un vincolo che lacera e separa, palesandosi come una relazione non autentica.

Se, partendo da queste considerazioni sul rapporto tra dolore e legame, ci domandassimo qual è la specifica natura di ciò che vive, potremmo arrivare alla conclusione che la vita semplicemente, in tutte le sue forme, è un costante costituirsi di legami che sono sempre soggetti a lacerazioni. Dai legami cellulari fino alle vette può alte delle relazioni spirituali, ciò che si può notare è che la vita è un’attività che lega e si lega costantemente; tale attività la si vede in opera anche quando, subentrando un dolore che lacera, agisce per ricostituire un legame precedente, come quando, subendo una ferita, le nostre cellule ricostituiscono i legami tra le parti del nostro corpo lacerato, o come quando vivendo la lacerazione della perdita di una persona cara ricostituiamo un rapporto con noi stessi e con le persone che hanno vissuto la stessa perdita, alla stregua di un legame magico che, mediante il comune sentire, trattiene quel rapporto perduto nella forma del ricordo condiviso. In ogni caso la vita è costantemente impegnata a produrre legami e a curare la perdita di relazioni passate. Essere nel mondo significa essenzialmente vivere attivamente legami che si creano e si disfano, facendo del mondo stesso una trama di relazioni in costante mutamento, i cui tessitori e abitatori siamo noi stessi, e lo siamo non semplicemente perché, vivendo, costruiamo legami all’interno di questa trama che chiamiamo mondo, ma anche perché noi stessi siamo costituiti da innumerevoli trame sempre soggette a possibili trasformazioni e lacerazioni.

Possiamo a questo punto chiederci: in che termini la musica può essere un rimedio nei confronti del dolore? Per rispondere a questa domanda, proviamo a chiederci come perlopiù si presenta la musica al nostro ascolto. La musica si presenta come il costituirsi costante di legami tra suoni. Nel suo insieme la musica è una trama di suoni che si costituisce nel tempo. Tale legame non riguarda solo la dimensione verticale della musica, ossia il rapporto contemporaneo di diversi suoni in accordo tra di loro, ma riguarda anche la dimensione orizzontale, ossia il susseguirsi di diversi suoni che costituiscono ciò che chiamiamo melodia e con essa anche il ritmico pulsare di ciò che progressivamente si manifesta. A sua volta, questo legame non riguarda solo ciò che di volta in volta si palesa nella musica, ma può riguardare rapporti più estesi, come quando dopo aver sentito una melodia affiorare all’inizio di un brano la sentiamo ritornare dopo diversi minuti, creando in questo modo relazioni con qualcosa che da una parte è passato e dall’altra ritorna costantemente, magari anche in forme diverse, simile a quando nella nostra vita ritorna qualcosa o qualcuno che pensavamo di aver ormai perduto, cogliendo nel contempo ciò che è rimasto e ciò che è cambiato. Il punto essenziale è che la musica è un eminente fenomeno della vita stessa, in quanto si manifesta come il costituirsi di relazioni che coinvolge molteplici dimensioni. La cosa specifica del fenomeno musicale, però, non è semplicemente il fatto che si presenta come un insieme di legami stratificati, questo potrebbe valere anche per un quadro o una statua, l’aspetto essenziale è che queste relazioni si costituiscono come un’attività sempre in divenire, che emergono progressivamente nel tempo, coinvolgendo non solo lo spazio sonoro in cui siamo immersi ma anche il movimento nel tempo di ciò che accade. Credo che non possa essere trascurato la profonda affinità che sussiste tra il farsi proprio della musica e il semplice farsi della vita stessa, in entrambi i casi noi notiamo un’attività che progressivamente crea legami e costantemente li cambia quando, in particolare, subentrano profonde lacerazioni.

Ascoltare la musica è dunque un rimedio nei confronti del dolore perché ci reimmerge in quella che è la dimensione essenziale della vita stessa: vivere in una trama di legami e agire per creare le proprie relazioni o per ricostituire in forme diverse legami perduti. Ascoltare la musica è come essere davanti ad uno specchio in cui vediamo, ma ancora meglio, sentiamo ciò che propriamente siamo, un’attività che lega la vita a sé stessa. Questo specchio sonoro svolge questa funzione essenziale non semplicemente quando si manifesta con suoni dolci e gioiosi, anche, infatti, nei brani più violenti e irrequieti possiamo sentire e sentirci come una trama di relazioni in costante divenire. Possiamo ad esempio sentire il travaglio di innumerevoli legami sonori che si dispiegano nella Nona sinfonia di Beethoven e che culminano nell’Inno alla gioia, dopo aver percorso tanti momenti di sofferenza. Il punto è che, anche nella sofferenza, la musica ci fa sentire che il legame è il fine ultimo della vita stessa e che il dolore è sì una lacerazione di relazioni precedenti ma anche l’occasione per creare nuovi legami o per rafforzare quelli precedenti, mutandone la natura. Proprio nell’esempio di Beethoven, possiamo notare nel primo movimento della Nona sinfonia un costante alternarsi tra momenti burrascosi e momenti di pace e serenità, come spesso accade nella nostra vita.

In conclusione, ascoltare la musica ci cura e ci eleva perché ci fa sentire quello che, in qualsiasi forma di sofferenza, noi essenzialmente siamo: una trama di relazioni che crea nuovi legami.

La musica non è semplicemente una rappresentazione della vita, semmai è l’eco della vita che vive e crea legami.

Francesco Cardone

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