Si sente spesso parlare delle difficoltà nel costruire un dialogo profondo e genuino tra maschio e femmina, difficoltà che possono dipendere da motivi culturali, da pregiudizi di genere o persino da fattori biologici. È frequente sentire dire che un maschio e una femmina non possano essere fino in fondo amici, perché l’attrazione sessuale si insinuerà sempre nel loro rapporto, trasformando inevitabilmente il significato di quel legame. Si osserva anche che, in molti contesti sociali, donne e uomini tendono a raggrupparsi tra pari, come se esistesse una specificità della comunicazione condivisibile soltanto da membri dello stesso genere. Motivazioni culturali potrebbero intrecciarsi con aspetti più propriamente biologici, legati all’identità di genere. Tuttavia, quando si chiede a uomini e donne quali siano i motivi che rendono difficile la comunicazione tra generi diversi, le risposte cambiano da un genere all’altro. Con grande lucidità, molte donne ritengono che il limite di un possibile dialogo tra maschio e femmina sia di natura essenzialmente “culturale”. Gli uomini, pur riconoscendo questi aspetti, tendono spesso ad aggiungere che elementi biologici siano altrettanto determinanti nel segnare un limite insuperabile della comunicazione tra uomo e donna.
Resta però da capire se questi elementi “biologici” non siano, a loro volta, un altro aspetto culturale che segnala una sorta di rifiuto da parte del maschio di entrare in un dialogo più profondo con la femmina. Dunque, si tratta di una soglia tra cultura e biologia? Oppure tra cultura e “cultura biologica”?
Perché un tema come questo potrebbe essere centrale nella nostra epoca? Forse perché proprio in questa soglia del dialogo tra generi diversi si gioca il futuro dell’umanità.
Partiamo da una puntualizzazione terminologica: la soglia non è semplicemente il punto di divergenza tra due prospettive, ma anche il punto di convergenza, nel senso che essa rappresenta al tempo stesso la massima prossimità e la massima distanza tra i due generi.
Questo significa che la differenza tra i generi non è necessariamente un motivo di incomprensione, ma anche una risorsa, il luogo di incontro di due prospettive diverse e complementari che arricchiscono il mondo proprio attraverso la loro differenza.
E tuttavia, abbiamo assistito per millenni al prevaricare del discorso maschile nella sfera pubblica, mentre un possibile discorso femminile è stato ridotto al quasi silenzio, trovando spazi di espressione soprattutto nella sfera privata e domestica. Nella storia, il discorso femminile ha talvolta trovato luoghi periferici di manifestazione, capaci però di generare una profonda risonanza sociale, come nel caso della stregoneria.
Come si vede già da queste considerazioni, la soglia del discorso tra generi differenti mette in gioco una complessità dell’essere umano che difficilmente può trovare una sintesi definitiva. Basterebbe ricordare che Hegel, nellaFenomenologia dello spirito, in particolare nell’eticità classica, vede nel rapporto tra fratello e sorella un legame essenziale perché offre una relazione tra generi diversi priva del coinvolgimento del desiderio sessuale: una sorta di amicizia amorevole fondata su un legame di sangue, che prefigura l’uscita dei membri della famiglia dai limiti domestici e l’apertura verso la società civile.
Si tratta allora di una soglia del discorso umano essenziale, ma al tempo stesso fragile, dove fattori culturali possono sempre interrompere il dialogo, deformare la comunicazione, impedire una conoscenza profonda dei dialoganti; in sostanza, impedire un ascolto genuino mediante pregiudizi di cui siamo tutti, insieme, vittime e agenti. Una comunicazione attraversata da pregiudizi secolari non può che arenarsi, trasformandosi in un dialogo tra sordi. È forse questa sordità che porta spesso a polarizzare la comunicazione, spingendo persone dello stesso genere a dialogare solo tra loro? E non è forse vero che proprio questa polarizzazione amplifica i pregiudizi nei confronti dell’altro sesso? Non è forse abbastanza diffusa la consuetudine che vede gruppi di uomini lamentarsi delle donne, attivando una serie di stereotipi, mentre gruppi di donne fanno lo stesso verso gli uomini?
Ed è qui che emerge un aspetto sconcertante: la polarizzazione della comunicazione tra generi diversi crea i presupposti per una sorta di “guerra” tra i sessi, in cui l’altra o l’altro diventa la causa della propria rovina. La soglia dell’amore si trasforma così nella soglia dell’odio. È spesso un odio cieco, alimentato non dalla reale natura del dialogo, ma da pregiudizi che impediscono qualsiasi comprensione reciproca. Pregiudizi che dipingono la donna come irrazionale, isterica, divoratrice di uomini, esigente, e l’uomo come egoista, strumentale, seduttore, inaffidabile.
Se seguissimo questa linea interpretativa, sembrerebbe che i limiti della soglia tra maschio e femmina siano di natura esclusivamente culturale: ciò che comunemente chiamiamo patriarcato.
E tuttavia: siamo certi che i fattori biologici non generino uno slittamento nella comunicazione possibile tra maschio e femmina? E ancora: è possibile che parlare di differenze biologiche non sia, in realtà, un ulteriore aggravio del peso culturale del patriarcato che afferma una differenza “ontologica” tra maschio e femmina, sancendo la superiorità dell’uno sull’altro?
Si corre il rischio che il ricorso a spiegazioni biologiche non chiarisca affatto le possibilità del dialogo tra i generi, ma rimarchi il peso culturale del patriarcato, che continua a sottolineare una differenza sostanziale tra uomo e donna, e dunque una differenza di ruoli sociali.
Bisognerebbe essere particolarmente attenti nel comprendere in che modo i fattori biologici possano contribuire a illuminare la natura della soglia tra maschio e femmina.
Da dove partire?
Molteplici fattori marcano la differenza tra i due generi e possono attivare processi comunicativi differenti. In primis, il ciclo mestruale, un processo biologico che si ripete ogni mese dalla pubertà alla menopausa. Gli uomini non conoscono direttamente questo processo essenziale per la fertilità femminile e spesso, seguendo pregiudizi di genere, lo relegano nell’espressione “le sue cose”, come a dire qualcosa che non li riguarda. È noto che il ciclo mestruale, soprattutto nei primi giorni, determina modificazioni dell’umore della donna: variazioni ormonali, dolore e disagio culturale rendono la sfera emotiva femminile più sensibile, più fragile, più soggetta a cambiamenti, e tutto questo entra inevitabilmente nella comunicazione tra generi. Il maschio può assumere due atteggiamenti: o allontanarsi da ciò che biologicamente non lo riguarda, riattivando un pregiudizio culturale; oppure aprirsi all’ascolto, cercando di immedesimarsi in ciò che la donna vive in questo momento imprescindibile della sua esistenza.
Quando le donne percepiscono una chiusura da parte degli uomini rispetto alla loro condizione durante il ciclo mestruale, tendono a privilegiare una comunicazione con altre donne, come forma di solidarietà di genere. In effetti, solo una donna può comprendere intimamente ciò che accade alla sfera emotiva di un’altra donna durante il ciclo. Noi uomini possiamo viverlo solo come estranei a questo processo naturale dell’essere femmina. Eppure, la differenza tra un atteggiamento di chiusura e uno di apertura è fondamentale per la qualità della comunicazione tra generi: e questa differenza non appartiene all’ordine della biologia, ma a quello della cultura. La forma culturale può chiudere o aprire la comunicazione, creare le condizioni per una maggiore empatia e far sì che la differenza di genere non escluda la possibilità di porsi dal punto di vista dell’altro.
Il secondo elemento da analizzare riguarda il diverso modo in cui i due generi vivono la sessualità e i conseguenti modi differenti di descrivere questa esperienza centrale nel dialogo tra maschio e femmina. A un primo sguardo, ci troviamo di fronte a due modi diversi di vivere la sessualità perché diversi sono gli apparati sessuali coinvolti: da una parte l’organo sessuale femminile accoglie quello maschile; c’è chi viene penetrato e chi penetra, chi si apre e chi entra. Ma la sessualità umana non è destinata esclusivamente alla riproduzione: non è mai un’attività limitata al coito. Un intero mondo di sensazioni, gesti, sguardi, ammiccamenti, suoni, ritmi del cuore, odori, aspettative, ascolto dell’altro e di se stessi è in gioco nell’amore sessuale. È in questo arco multicolore che si intrecciano i due generi.
Eppure, quando i generi si raccontano, emergono differenze. Molti uomini vivono l’atto sessuale secondo il principio di prestazione, come se dovessero ostentare una virilità mediante il controllo; molte donne invece descrivono la sessualità in termini di ricezione, come un lasciarsi andare, una perdita del controllo. Ovviamente non sempre è così, ma questa differenza emerge spesso nei discorsi. Per gli uomini, il tema della prestazione diventa centrale; per le donne, quello delle sensazioni.
Ma la domanda decisiva resta: questa differenza è biologica, culturale, o entrambe?
Se fosse solo biologica, le infinite varianti della sessualità umana non avrebbero senso. Se fosse solo culturale, il corpo e i suoi processi chimici sarebbero irrilevanti. È chiaro che solo nell’intreccio tra fattori biologici e culturali possiamo rintracciare la complessità reale della sessualità umana.
E cosa implica questo?
Implica che la sessualità umana non è precostituita da comportamenti geneticamente o culturalmente decisi. Il principio di prestazione non definisce necessariamente il modo in cui gli uomini vivono la sessualità: anche il corpo di un uomo può essere ricettivo, può abbandonare il controllo fallico e lasciarsi trasportare dalle sue emozioni. Non è prerogativa dell’uomo il controllo, né della donna la ricettività: le dinamiche spesso si invertono. Una donna può esercitare un potente controllo sul piacere maschile. Questo significa che nell’uomo non c’è solo il maschile e nella donna non c’è solo il femminile: in entrambi convivono e si intrecciano costantemente.
È questo intreccio sublime che può rendere l’atto sessuale davvero variegato, capace di avvicinare profondamente la comunicazione tra generi. La soglia tra maschile e femminile può essere superata solo quando riconosciamo insieme identità e differenza. È un gioco di osmosi che non elimina le differenze, ma rende porose le barriere tra i sessi, permettendo uno scambio continuo. Baciare, ad esempio, annulla la differenza tra chi bacia e chi viene baciato; accarezzare annulla la differenza tra chi accarezza e chi è accarezzato. Nella penetrazione stessa, non è forse vero che il maschio si sente avvolto dalla femmina e viceversa? Perfino nel gesto apparentemente più “idraulico” della sessualità c’è molto di più: una confusione meravigliosa dei ruoli, dove l’uomo non vive l’atto solo con il suo elemento maschile e la donna non lo vive solo con il suo elemento femminile.
Questo “di più” può trasformare radicalmente il dialogo tra generi.
Da tutto ciò che è stato detto possiamo intuire che la soglia del dialogo tra maschio e femmina non è semplicemente determinata dai sessi anatomici, come superficialmente pensiamo. I sessi anatomici sono solo l’involucro di una dimensione ben più profonda, che non decide da sola della verità della comunicazione. Questo però è possibile solo quando il dialogo infrange la rigidità dei “significati” attribuiti ai due sessi dal patriarcato. È significativo notare che quando gli uomini, ancora oggi ingabbiati in un retaggio patriarcale, cercano di spiegare le differenze di genere e le violenze maschili sulle donne, ricorrono a spiegazioni “genetiche”, mentre gran parte delle donne parla di ragioni essenzialmente “culturali”.
Che cosa implica la prima spiegazione rispetto alla seconda?
Semplice: nella spiegazione “genetica” si afferma l’insuperabile differenza tra maschio e femmina, con la conseguenza che il maschio avrà sempre un senso di superiorità. Nella spiegazione “culturale”, invece, si comprende che la genetica non decide dell’essere maschio, perché quest’ultimo è più ricco e più libero del suo bagaglio genetico, come ad esempio potrebbe essere la tirannia del testosterone. Sono i fattori culturali che portano l’uomo a credersi geneticamente superiore alla donna, trasformando la differenza di genere in un ruolo precostituito per “natura”. Ma l’essere umano non è un essere “precostituito”: in esso elementi maschili e femminili si intrecciano in modo continuo.
Perché, ad esempio, le donne possono piangere apertamente, esibire la propria fragilità, mentre agli uomini non è concesso farlo in pubblico? Per fattori genetici? Eppure tutti gli uomini piangono in privato, e chi lo nega mente. Gli uomini hanno molte fragilità, ma l’abito culturale ereditato dal patriarcato vieta loro di mostrarle, perché, secondo un pregiudizio diffuso, l’uomo è “geneticamente forte” e la donna è “geneticamente fragile”. Ma questa aberrazione culturale ha davvero ancora senso?
Far cadere questi pregiudizi non sarebbe un modo salutare per liberare non solo la donna, ma anche l’uomo? Non sarebbe benefico per l’umanità intera liberare finalmente la femminilità dell’uomo da una mascolinità soffocante, e la mascolinità della donna da una femminilità precostituita che limita le sue possibilità?
Pensiamo per un momento ai ruoli di genere irrigiditi e a come crollerebbero se superassimo le maglie culturali che vincolano i generi a presunti dati genetici. Le professioni non sarebbero più determinate dal genere, ma dalle capacità personali. Lo stesso varrebbe per il ruolo del padre e della madre nelle cure parentali.
Come cambierebbe la soglia del dialogo tra maschio e femmina se cadessero questi pregiudizi? Che cosa diventerebbero amore, sessualità, amicizia tra generi diversi, se ci liberassimo di abiti culturali obsoleti? Quale libertà potremmo raggiungere? Quali parole darebbero finalmente colore al dialogo tra maschio e femmina?
Concludiamo considerando la soglia del dialogo da un punto di vista olistico, in cui l’intero è più della somma delle parti. La fisica quantistica mostra sempre più ciò che la sapienza orientale e la filosofia occidentale insegnano da millenni: in natura non esiste separazione. Nulla è davvero isolato; tutto è interconnesso. Il fenomeno dell’entanglement – che non riguarda solo particelle subatomiche ma sistemi complessi, persino galassie – mostra che ogni sistema è più della somma delle parti: esso è le parti e le relazioni tra esse.
Ed è proprio questo che accade nella soglia del dialogo tra maschio e femmina. Non ci sono semplicemente due entità che entrano in connessione, due opposti che si incontrano: in primo luogo, la relazione stessa è parte costitutiva dei due termini; essi non possono esistere singolarmente se non a partire dalla soglia che li lega. In secondo luogo, questa soglia abita dentro di noi prima ancora del dialogo con l’altro. Ognuno di noi porta in sé un femminile e un maschile. Se il femminile è accoglienza, creatività, intuizione, empatia e il maschile progettualità, controllo, forza, volontà, allora siamo tutti una commistione dei due. In fin dei conti, la differenza tra un maschio e una femmina è determinata da un solo cromosoma: il bagaglio genetico è quasi identico.
La soglia del dialogo non è esterna ai dialoganti, ma costituisce la relazione che innerva l’essere stesso. Si tratta allora di liberare la soglia dai pregiudizi di una presunta distanza incolmabile, perché tale distanza è solo un’astrazione del pensiero. Cosa accadrebbe se superassimo per un momento questa astrazione? Entreremmo semplicemente nella dimensione del concreto. La parola “concreto” deriva dal verbocon-crescere: crescere insieme, essere costantemente in relazione l’uno con l’altro. E questo significa non solo l’uno con l’altro, ma anche l’uno dentro l’altro.
Noi abitiamo nella relazione tra generi diversi perché questa relazione abita dentro di noi.




