Abitare i suoni della Terra IV – Lo spazio sonoro della cura. Musicoterapia

Nelle tappe precedenti di questa ricerca sul rapporto tra l’universo sonoro e l’essenza dell’abitare dell’uomo si è pervenuti a dei risultati particolarmente significativi per il tema trattato: dall’esperienza sonora uterina sino alla risonanza corale del mito si può intravedere una costante esistenziale che da sempre caratterizza la natura umana, ossia il fatto che solo all’interno del nostro universo sonoro si è potuto formare la nostra stessa esistenza. La vibrazione sonora accompagna da sempre la formazione dell’uomo, la innerva e la costituisce, disponendola nell’aperto del mondo.  

D’altra parte si è potuto anche constatare che questo essere disposti “al” e “nel” mondo grazie al suono non è mai un fenomeno meramente passivo; da sempre il nostro rapporto esistenziale con il mondo implica sempre una intenzionalità: il mondosi famondo solo a patto che noi stessi cor-rispondiamo ad esso. Visto dal punto di vista del suono questo fenomeno biunivoco è evidente: noi corrispondiamo alla risonanza sonora del mondo mediante la nostra risonanza, tale per cui più che un passaggio da un esterno ad un interno, si stratta di una risonanza complessa frutto dell’intreccio di innumerevoli vibrazioni. Tale intreccio costituisce forse il fenomeno originario della nostra stessa esistenza. Noi siamo dis-postinel mondo solo perché, in un certo modo, partecipiamo al dispor-sidel mondo, siamo situati nel mondo come ciò che si apre al mondo, e proprio questa apertura costituisce la nostra stessa ex-sistenza. È in questo tratto dell’esistenza dell’uomo che si può cogliere la grandezza della riflessione del primo Heidegger. Proprio seguendo questo filo conduttore, si nota che solo nella misura in cui l’esistenza umana è costitutivamente aperta al mondo può realizzare pienamente la sua essenza. In Heidegger quest’essenza originaria dell’uomo è nominata mediante una parola decisiva: lacura(Sorge). Solo quindi in questo “prendersicuradelle cose” e “avercuradegli altri” si schiude l’esistenza e il farsi mondo del mondo.

Se provassimo adesso a rivedere i risultati delle tappe precedenti alla luce di questo tratto costitutivo dell’esistenza, ossia la cura, potremmo constatare che il nostro rapporto sonoro con il mondo ha proprio nella cura il modo specifico in cui si articola. Quando ad esempio noi ascoltiamo un suono coinvolgente, non semplicemente reagiamo passivamente ad esso, ma tendiamo a farlo vibrare dentro di noi, ossia lo custodiamo, lo tratteniamo, in un certo senso lo proteggiamo. Non solo questo però, proprio questa nostra spontanea tendenza a curare ciò che si dà, ci porta a s-volgere il suono che vibra, ossia a schiudere tutte le sue possibilità che in esso sono custodite. La cura di ciò che è custodito può voler dire schiudere il custodito, favorire le sue stesse potenzialità, così come nel movimento della pianta il bocciolo si schiude nel fiore. L’ascolto del suono, come cura, è il fiorire del suono stesso. Constatiamo allora che essere aperti al mondo vuol dire aver cura di aprire il mondo, di farlo fiorire in tutte le sue possibilità e, viceversa, è a partire dall’aver cura del fiorire del mondo che si costituisce contemporaneamente l’aver cura del fiorire di noi stessi. Nella risonanza dell’ascolto noi realizziamo anche il fiorire della nostra stessa risonanza sonora che si intreccia con il suono che si dà. La cura allora è il “luogo sonoro” di un doppio movimento del prendersi cura: nel mentre mi prendo cura delle cose e ho cura degli altri, mi prendo cura di me stesso, così da costituire una sorta disinfonia della fioritura.

Quando si afferma che la cura è un fiorire di ciò che viene custodito, vuol dire che la cura non si esaurisce nella semplice custodia della cosa. Se la cura fosse un semplice custodire non sarebbe dissimile da un mero possesso atto a celare e a trattenere. In effetti il fiorire di qualcosa è esattamente l’opposto del trat-tenere, semmai è un lasciar-essere, un liberare ciò che si è. Nel fenomeno della caverna che si è in precedenza descritto, si è potuto constatare che la risonanza cavernosa libera il nostro suono interiore, lo irradia nell’aperto della caverna che, a sua volta, risponde a tale suono amplificandolo; così come il coro della tragedia non nasconde noi stessi, ma libera la nostra parte più profonda (dionisiaca) in simpatia con gli altri.

Nel fenomeno complesso del suono, ripensato a partire dell’essenza del nostro stare al mondo come cura, è possibile rintracciare un aspetto decisivo della natura della musica e del nostro abitare sonoro su questa terra: la cura (terapia) della musica. Quando ci capita di ascoltare della musica che ci piace, perché “sentiamo” di stare bene? Cos’è che rende possibile questo stare bene? E in che cosa consiste propriamente “stare bene”?

Perlopiù quando ascoltiamo la musica, diciamo che stiamo bene perché ciò che ascoltiamo ci piace. Detta però in questi termini, la cosa sembra risolversi in una semplice questione di gusti. Se invece provassimo a rovesciare il rapporto tra stare bene e piacere, affermando che a noi piace una determinata musica perché ci fa stare bene, allora potremmo cogliere un aspetto forse essenziale della questione della musica come cura. Questo nodo concettuale però può effettivamente sciogliersi solo nel momento in cui si chiarisce cosa vuol dire “stare bene”. Quest’ultimo punto, a sua volta, può raggiungere un suo adeguato chiarimento solo quando a essere chiarita sia la nozione di “bene”.

Come si sa il tema del bene è uno dei temi centrali di tutta la filosofia occidentale. Semplificando il tutto, potremmo dire che propriamente il bene è la piena realizzazione di ciò che si è. Noi realizziamo il nostro bene solo quando si libera la nostra più autentica e profonda natura. Ma se così fosse allora, quando affermiamo che una determinata musica ci fa stare autenticamente bene, vuol dire che partecipa alla liberazione di noi stessi, attivando quelle corde della nostra interiorità che iniziano a vibrare in sintonia con la musica che ci avvolge.

Pensata la questione in questi termini, diventa estremamente riduttivo immaginare la cosiddetta musicoterapia come una specifica prassi terapeutica che ha lo scopo di guarire un malessere psicologico di una persona. Ovviamente c’è anche questo aspetto, ma appunto è solo una faccia del fenomeno complesso. La parola terapia (ϑεραπεία) vuol dire propriamente “aver cura” e, se è vero che la cura è il modo in cui si costituisce sempre l’esistenza dell’uomo, intesa come originaria apertura al mondo secondo la modalità del prendersi cura, allora terapeutico è il modo originario di tale apertura che ci costituisce. In tal senso la musica è sempre terapeutica, in particolare quando, facendo vibrare le corde del nostro inconscio, fa emergere,in primis, la nostra stessa natura, creando una sorta di riconciliazione tra la nostra coscienza e la parte più profonda della nostra psiche. Stare bene allora potrebbe voler dire realizzare l’integrazione di noi stessi e questo, nella musica, mediante il puro vibrare in sintonia con il fenomeno musicale.

Questo carattere terapeutico della musica non riguarda solo chi ascolta, ma investe tutto il fenomeno, quindi anche chi genera tali vibrazioni. In fin dei conti, quando il compositore crea le sue opere non fa altro che portare all’emersione le sue potenziali vibrazioni interiori che, a sua volta, sono il frutto del suo specifico rapporto con il mondo e quindi con il mondo sonoro, come se fosse una sorta di restituzione interiorizzata di quel trovarsi nel mondo.

A ben vedere allora, quello che noi oggi chiamiamo musicoterapia è una prassi dell’esperienza sonora dell’uomo che da sempre caratterizza la storia di quest’ultimo: che sia la musica tribale di una tribù africana, o la musica greca antica, o quella indiana, persiana, maya, aborigena, oppure lo spettro degli stili musicali occidentali, vi è sempre un’implicita tendenza alla cura del sé. In tal senso, è possibile cogliere uno strettissimo rapporto tra terapia e formazione (paideia) della persona mediante l’esperienza musicale. Una formazione terapeutica che si realizza solo quando rende possibile l’emergere delle proprie virtù che potenzialmente sono custodite in noi stessi.

Tirando le fila del discorso, possiamo guadagnare quest’ultimo spunto di riflessione, ossia che abitare i suoni della Terra significa autenticamente abitare nella forma della cura di sé e degli altri che si manifesta nella con-vibrazione di ogni cosa. Quando nelSimposiodi Platone la prassi filosofica di Socrate viene paragonata alla musica del satiro Marsia, si può forse individuare una sorta di analogia tra la cura socratica e la cura della musica. In entrambi i casi si può intravedere la centralità di quel “conosci te stesso [γνῶϑι σεαυτόν]” così centrale nella nostra cultura e forse in tutte le altre. Se, come ci insegna Heidegger, “abitare” vuol dire propriamente “essere”, allora abitare i suoni della Terra non è semplicemente fare esperienza di qualcosa che incontriamo, ma è, ad un tempo, ciò che favorisce l’incontro con noi stessi. È in questo senso che si può cogliere propriamente il carattere terapeutico della musica – e forse più in generale dell’arte -, che da sempre intrattiene l’uomo che procede verso la sua liberazione:

…poeticamente abita l’uomo su questa terra[…dichterisch, wohnet Der Mensch auf dieser Erde]” (Hölderlin).

Francesco Cardone

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