Una domanda su cui l’intera storia del pensiero occidentale si è da sempre confrontata è: cos’è il tempo? Lungo questa considerevole storia, molteplici sono stati i tentativi di dare una definizione alla nozione di tempo, da Platone ad Heidegger si può cogliere una miriadi di tentativi di trovare la parola può adeguata per descrivere questo aspetto capitale dell’esistenza umana.
Tralasciando il tentativo di tracciare un percorso che faccia emergere questa molteplicità di possibili interpretazioni del tempo, proverò a delineare un possibile rapporto che da sempre lega il tempo con il fenomeno sonoro, o per meglio dire con il farsi suono da parte del mondo entro cui viviamo.
Che il suono sia un fenomeno non solo spaziale ma anche temporale è qualcosa di così evidente che non necessita di alcuna dimostrazione. Ogni suono che si propaga nello spazio ha sempre una sua durata, un inizio, una propagazione e una sua conclusione. Solo che in questo caso non è in questione la descrizione spazio-temporale del suono nei termini della fisica moderna, ma la dimensione spazio-temporale dell’esistenza umana. È dunque nel campo dell’esistenzialismo che si potrebbe trovare un possibile chiarimento sulla natura temporale del suono.
Cos’è il “tempo del suono”? E più nello specifico il tempo della musica?
Proviamo a interrogare Heidegger in merito alla natura temporale dell’esistenza umana. InEssere e tempola natura propria dell’esistenza è la cura (Sorge) che si articola secondo le tre dimensioni del tempo. L’esistenza è in primo luogo possibilità, ossia poter-essere. In tal senso, l’esistenza è aperta alla sue possibilità e, come tale, è sempre “avanti-a-sé”. Le nostre decisioni sono sempre decisioni anticipatrici. Allo stesso tempo, l’esistenza può essere intesa come ciò che anticipa nelle sue decisioni le sue possibilità solo se, nel contempo, è un esser-stato. Noi progettiamo noi stessi solo a partire da quello che già siamo stati, e questo perché nelle nostre decisioni è sempre in gioco la natura della nostra provenienza. A sua volta, la decisione anticipatrice, sul fondamento del nostro esser-stati, accade nell’attimo della decisione stessa. Futuro, passato e presente non sono mai slegati, ma sempre com-presenti nell’esistenza umana, nell’esserci (Dasein). È senz’altro vero che ci si può perdere nell’indifferente presente, o nel passato nostalgico privo di futuro, o anche in un futuro privo di autentica decisione, in cui le cose arrivano nella può alienante indifferenza; eppure è solo perché la struttura temporale dell’esistenza si articola come una sorta di circolo nella forma della com-presenza delle tre dimensione della temporalità che l’esistenza può perdere di vista la sua stessa natura. Così come un essere che è strutturalmente libero può essere ridotto in schiavitù, allo stesso modo un essere che è strutturalmente aperto alla temporalità può chiudersi in essa.
Se dunque l’esistenza umana è di per sé temporale, allo stesso modo anche i fenomeni pregnanti di essa non possono non seguire la sua stessa natura, e questo vale certamente per il fenomeno del suono.
Riprendiamo, in tal senso, il fenomeno del battito del cuore di nostra madre nell’esperienza intrauterina, già affrontato nel primo articolo di questo percorso di ricerca. Vi è una temporalità in fieri in questa esperienza primordiale? Certamente sì. Il battito del cuore non si risolve semplicemente nella ripetizione di volta in volta di ciò che accade. Nella ripetizione c’è di più. Il movimento circolare del battito del cuore fa sì che il bambino non solo reagisca al battito che di volta in volta si presenta, ma proprio quella presenza è dal bambino attesa come un che di rassicurante, a sua volta tale attesa rassicurante è possibile solo perché c’è già stato un battito che lui ricorda e si ripete nel presente. Futuro, passato e presente sono già com-presenti in questa primordiale esperienza sonora. L’ascolto, quindi, non è mai qualcosa di passivo che si racchiude nel puro presente dell’evento sonoro. Nell’ascolto vi è l’attesa che sottende qualcosa di già stato a partire dall’attimo che li intreccia, facendo del presente una costante compresenza delle tre dimensioni del tempo.
Quando noi ascoltiamo un brano musicale, ogni momento dell’evento sonoro non è mai un momento circoscritto, separabile da ciò che c’era prima e da ciò che ci sarà dopo. Nel “qui e ora” è già presente l’annuncio di ciò che sarà e, ad un tempo, il permanere di ciò che è stato. Spesso noi rappresentiamo il fluire degli eventi nel tempo come il movimento di un oggetto lungo una linea che chiamiamo tempo, in questo teorico fluire lineare si abbandona una posizione per assumerne un’altra. Eppure questa non è l’esperienza dell’ascolto nell’esistenza dell’uomo, poiché non è mediante una rappresentazione lineare del fluire del tempo che si articola l’esistenza stessa. Il movimento dell’ascolto, come dell’esistenza, ha più a che fare con un movimento a spirale che un andamento lineare.
Non è un caso che la spirale sia una delle forme più frequenti nella vita, la troviamo dappertutto, dalla forma del DNA fino alla stessa forma della nostra galassia. Lo stesso Hegel vedeva nella spirale il movimento dialettico della realtà effettuale e dello spirito stesso.
Proviamo allora a verificare cosa comporta pensare il tempo dell’esperienza musicale secondo questa forma archetipica della vita stessa. Immersi nel fluire delle vibrazioni del suono di cui facciamo esperienza, sentiamo il susseguirsi di ciò che, manifestandosi, si trattiene nella nostra memoria emotivo-cognitiva; tale trattenersi non è, però, un semplice conservare ciò che è stato, quest’ultimo, come una sorta di pozione alchemica, cambia costantemente nel mentre altri eventi sonori progressivamente arricchiscono la nostra esperienza uditiva; allo stesso modo, l’ascolto non è semplicemente uno stare in attesa di ciò che accadrà, in essa vi è una intenzionalità che si apre all’ascolto a partire da ciò che ha assimilato e che, come una sorta di animale ruminante, fa esperienza di questo costante modificarsi dell’assimilato stesso. Come nel movimento della spirale che nel suo fluire si apre progressivamente, noi, nell’ascolto, iniziamo ad assimilare le prime note musicali che progressivamente si conservano e si trasformano nella nostra memoria emotivo-cognitiva. La nostra intenzionale disposizione ad accogliere ciò che avverrà si orienta a partire da ciò che è stato già assimilato, ma allo stesso modo, gli eventi sonori che si presentano all’ascolto modificano costantemente questa memoria sonora assimilata, producendo una modificazione dell’orientamento dell’esperienza. Al termine dell’esecuzione musicale subentra il silenzio, eppure se potessimo per un attimo visualizzare cosa accade in quel momento di silenzio nella nostra memoria emotivo-cognitiva, potremmo immaginare l’intera forma musicale con tutti i suoi colori e il suo pulsare contemporaneamente presenti in noi, come se tutta la gamma di vibrazioni che noi abbiamo progressivamente assimilato nel tempo risuonasse in un unico attimo e il nostro corpo con esso. Usciamo dalla sala di un concerto ancora vibranti di quello che abbiamo esperito, e se il nostro ascolto fosse stato aperto fino in fondo all’evento sonoro, porteremmo probabilmente questa complessità vibrazionale anche nei giorni successivi, forse per tutta la vita.
Si potrebbe però affermare che questa temporalità dell’evento musicale riguardi essenzialmente il modo specifico in cui gli uomini fanno esperienza della musica e più in generale del suono. Il “tempo del suono” sarebbe più che altro il tempo dell’ascolto umano del suono. Cosa ne sa in effetti un “sasso” di questa temporalità a spirale del suono? Ha forse memoria un sasso? Può un sasso essere aperto al fluire del suono?
Quante volte l’uomo nella sua storia ha sempre posto una distanza tra sé e il mondo? Quante volte ha avuto il bisogno di marcare una differenza tra sé e gli oggetti, ponendosi su un’altezza incommensurabile rispetto alla natura stessa?
Ma le cose stanno veramente così? È possibile affermare che il tempo del suono sia semplicemente il tempo dell’ascolto umano del suono?
È questo forse il punto essenziale della questione: perché l’umanità ha sentito la necessità (bisogno?) di porre questa distanza rispetto alla natura in tutte le sue forme?
Ma cosa accadrebbe se noi invertissimo l’espressione del “tempo del suono” con l’espressione del “suono del tempo”?
Noi pensiamo ad un sasso come qualcosa di inerte, che sta lì semplicemente. Qualcosa di statico e come tale privo di storia, privo di tempo. Con grande difficoltà immaginiamo un vegetale come una forma di vita, figuriamoci qualcosa di inerte come un sasso!
In questa visione puramente materialistica tralasciamo un aspetto essenziale: la materia, a ben vedere, non è mai qualcosa di inerte. La materia è un complesso vibrazionale che è costantemente esposto all’insieme di vibrazioni che chiamiamo mondo. Non solo questo, il sasso costantemente esposto alle onde del mare lascia in sé traccia di questa relazione con i flutti marini, progressivamente, infatti, la superficie del sasso muta la sua forma. Questa traccia è una sorta di “memoria” del sasso stesso, così come la nostra memoria è una traccia di esperienze in cui abbiamo subito qualcosa o abbiamo agito su qualcosa, in ogni caso abbiamo vissuto una modificazione del nostro essere di cui rimane traccia. Si può certamente affermare che vi sia una distanza radicale tra la “memoria” di un sasso e quella di un’esistenza umana, ma siamo poi veramente sicuri che il “contesto ontologico” in cui accadono queste relazioni non sia lo stesso? Ossia che tra l’inorganico e l’organico ci sia veramente una distanza incolmabile? E se la nostra memoria fosse un modo semplicemente più sofisticato di lasciar traccia di una qualsiasi esperienza che ogni oggetto fa costantemente?
Non abbiamo ovviamente alcun riferimento scientifico o filosofico a sostegno di quello che si è appena detto, eppure immaginare questa distanza incolmabile tra inorganico e organico potrebbe sembrare, più che un dato oggettivo, un’esigenza da parte della vita umana che sente il bisogno di elevarsi al di sopra della nuda vita e, più in generale, della materia.
Il tempo del suono nella sua forma a spirale vissuta dall’esistenza umana, forse, potrebbe rientrare in una casistica più estesa.
Per poter scorgere questa possibilità, si potrebbe rovesciare l’espressione guida di questo articolo, passando al “suono del tempo”. In questa nuova espressione è il suono che è riferito al tempo, come se il tempo stesso fosse un che di sonoro. Da sempre la “misura” del tempo è legata al movimento, a sua volta non necessariamente quest’ultimo deve essere pensato come qualcosa di visibile o udibile, anche i nostri stati d’animo misurano lo scorrere del tempo. Se pensiamo, in effetti, alla definizione del tempo di Sant’Agostino comedistensio animi, ciò che misura il tempo sono proprio gli stati dell’anima, nella forma dell’attesa (futuro), del ricordo (passato) e dell’attenzione (presente). In un modo o in un altro, dunque, il tempo è sempre legato al movimento.
Parlare del “suono del tempo”, potrebbe comportare parlare del campo vibrazionale del tempo. Il suono è propriamente un complesso vibrazionale e dunque movimento nel senso proprio del termine. Come tale, il suono è suono perché si propaga nel tempo e lo fa mediante il “suo” tempo, ossia mediante la frequenza complessiva che costituisce la sua vita interna.
Vista in questi termini il suono è nella sua essenza tempo, lo è nel senso che non solo si propaga nel tempo, come se fosse un “oggetto” in movimento, ma proprio questo oggetto è costituito da vibrazioni che oscillano secondo un proprio periodo (T=1/f). Propriamente il suono ètempo nel tempo.
Il fenomeno sonoro, a ben vedere, è ancora più ricco e complesso. Quando nell’ascolto siamo avvolti dal suono, interagiamo con questo complesso vibrazionale entrando in simpatia con esso. Questo entrare in simpatia non significa semplicemente oscillare secondo la stessa frequenza vibrazionale che in quel momento ci investe. Prima che questo accada, il nostro corpo e la nostra mente non sono qualcosa di inerte che iniziano a vibrare solo quando sono sollecitati dal suono; la nostra esistenza, il nostro tempo, è di per sé un campo vibrazionale composto da innumerevoli elementi parziali, come la frequenza del battito del nostro cuore, la frequenza complessiva del nostro sistema nervoso, del nostro cervello, dei nostri organi, della nostra respirazione, delle nostre cellule fino alla complessità degli atomi che ci compongono. Non vi è un elemento del nostro essere che non sia in vibrazione. L’ascolto è dunque un fenomeno in cui un campo vibrazionale entra in risonanza con un altro campo vibrazionale, la nostra stessa esistenza.
Vista in questi termini, la differenza che passa tra l’ascolto umano di un complesso sonoro rispetto alla risonanza di un sasso sottoposto allo stesso complesso vibrazionale non è una differenza di genere ma di grado. Apparentemente quando visualizziamo un sasso, lo immaginiamo come qualcosa di inerte, immobile, appunto una non vita, eppure se potessimo per un attimo vedere le attività interne del sasso, vedremmo un brulicare di oscillazioni che costituisce la sua struttura atomica. Anche in questo caso ci troveremmo di fronte ad un complesso sonoro che entra in risonanza con un altro complesso vibrazionale. Certamente l’ascolto umano è molto diverso “dell’ascolto” di un sasso, eppure anche noi siamo fatti di materia. Ma cosa vuol dire esser “fatti di materia”? Se dovessimo interrogare la teoria delle stringhe, l’espressione “fatti di materia” implicherebbe l’affermazione “fatti di vibrazioni”. In tal senso, che sia un sasso o il complesso del corpo umano, si tratterebbe sempre di complessi vibrazionali.
In conclusione, espressioni quali “tempo del suono” e “suono del tempo” ci indicano che il tempo di ciò che sonoramente si propaga è sempre in connessione con il tempo vibrazionale di ciò che semplicemente esiste, nel senso del semplice essere di ogni cosa. Forse l’espressione heideggeriana “Essere e tempo” potrebbe assumere un’altra declinazione essere-vibrante e tempo-vibrante. È dunque il carattere vibrante a far sì che essere e tempo siano originariamente congiunti. Nel nostro caso, se da una parte il “tempo del suono” fa sì che sia il tempo a determinare la natura del suono, dall’altra il “suono del tempo” fa sì che sia proprio il carattere vibrante del suono a determinare il tempo stesso. Questo carattere vibrante dell’essere non è qualcosa che riguarda solo l’esistenza dell’uomo, ma più in generale l’essere di ogni cosa.
Quando inizieremo a pensare e sentire la materia non più come massa inerte, ma come un centro vibrazionale in costante connessione armonica con ogni altra cosa, forse potremo iniziare a pensare e sentire l’ascolto musicale umano come un caso specifico di un “ascolto” molto più esteso, il cui raggio di estensione comprende l’essere stesso di ciò che semplicemente esiste. Solo quando questa consapevolezza cognitiva ed emotiva si compirà, potremo evitare di sentirci come il vertice di una teorica piramide gerarchica dell’essere, ma, semplicemente, uno degli infiniti nodi di una rete vibrazionale che costituisce l’essere stesso. Solo allora, forse, potremo capire la profondità di quelle espressioni di Francesco d’Assisi attraverso cui chiamava il sole “fratello sole” e la luna “sorella luna”. Il carattere relazionale del suono credo che ci faccia capire ancora meglio quella profonda verità di Baruch Spinoza per la quale gli enti del mondo non sono enti separati tra loro, ma modi diversi di essere della stessa medesima sostanza che lui chiamava Dio. Forse la vera parola di Dio non è altro che il suono complessivo dell’intera realtà, di cui noi siamo semplicemente una voce.
Francesco Cardone




