Seguendo i suggerimenti di Peter Sloterdijk presenti nel testoMicrosferologia. Bollesi potrebbe considerare l’esistenza dell’uomo come un campo di forze avvolgente che determina la soglia tra il fuori e il dentro. Questo campo sferico esistenziale costituisce il punto di intersezione tra la nostra interiorità fortemente stratificata e vibrante con le molteplici stratificazioni del mondo ambiente con cui la nostra bolla trova costanti punti di intersezione. La bolla esistenziale dell’uomo, a sua volta, non è semplicemente il nudo corpo con cui entriamo in relazione con il mondo circostante, ma qualsiasi involucro (reale o virtuale) che viene percepito da noi come profondamente legato alla nostra intimità, alla carne viva della nostra esistenza, può incarnare, di volta in volta, la nostra bolla. Anche un semplice abito cerimoniale può, in una determinata occasione, assolvere alla funzione di abito esistenziale, là dove contribuisce a realizzare un punto di intersezione con il mondo, assumendo il ruolo di una sorta di protesi della nostra sfera spirituale.
Secondo questa direttrice interpretativa sul rapporto tra esistenza e mondo ambiente, anche la nostra voce assolve egregiamente alla produzione di bolle esistenziali. Questo perché, in primo luogo, la nostra voce crea un campo vibrazionale che ci avvolge – non a caso noi sentiamo la nostra voce non semplicemente con il nostro udito, ma in un certo censo con tutto il nostro corpo; in secondo luogo il campo sonoro prodotto dalla nostra voce crea le condizioni per rendere possibile una costante intersezione con il campo sonoro del mondo ambiente circostante. In tal senso, la nostra voce non è semplicemente l’emissione di un suono che veicola molteplici significati; vi è senz’altro anche questo aspetto, ma se la voce si risolvesse semplicemente nell’esser mezzo di qualcosa, si perderebbe un aspetto essenziale del nostro semplice essere al mondo. La nostra voce, innanzi tutto, si espande secondo un movimento sferico, o, per lo meno, anche se con intensità diverse si espande in ogni direzione rispetto al campo spazio-temporale che ci circonda. Continuando con la riduttiva rappresentazione della voce quale mezzo per qualcosa, si tratterebbe di capire la natura di un “mezzo” sferico di trasmissione. Se la voce semplicemente fosse una mera “trasmissione” di dati ci troveremmo di fronte ad una sorta di dispersione dei dati, perché tale meccanismo coinvolgerebbe uno spazio eccessivo di propagazione del suono quale semplice veicolo di significati. No! La questione non può essere risolta semplicemente riducendo la voce a veicolo di trasmissione di qualcosa; prima di essere un “mezzo-per” la voce semplicemente si irradia nel mondo circostante e si relazione ad esso mediante tale espansione sonora, creando un nuovo nodo relazionale nella trama del mondo.
Ritorniamo all’immagine del suono che si propaga come le onde concentriche generate da un sasso lanciato sulla superficie di uno stagno. Le onde si propagano a partire da un centro sorgente, quest’ultimo, a sua volta, non dilegua ma si trasferisce nelle creste delle onde che ha generato. Queste onde non sono semplicemente veicolo di informazioni, ma un modo di essere della sorgente nel suo espandersi. Quando queste onde incontrano altre onde provenienti da sorgenti diverse si crea l’intersezione che produce nuove forme d’onda. Le onde possono sommarsi e implementare l’effetto delle diverse sorgenti, oppure contrastarsi e tendere a elidersi a vicenda, o anche creare nuove forme che le diverse sorgenti di per sé non sarebbero in grado di generare.
Si può, quindi, notare come una semplice immagine possa rendere la complessità dell’esistenza vista secondo l’ottica della vita del suono; perché in fondo la vita è fondamentalmente suono vibrante. Questo aspetto, ad esempio, lo si può notare in negativo quando nella malattia la vita si contrae. Il corpo ammalatoin primisriduce drasticamente la sua tendenza fisiologica ad espandersi nel mondo ambiente. In un certo senso, è il nostro stesso corpo che diventa lo stagno di propagazione delle nostre onde, le quali possono avere diverse origini e creare particolari increspature. Un luogo sorgente di propagazione delle onde nella malattia può essere l’organo o gli organi disfunzionali. Ognuno di essi ha una specifica frequenza di propagazione e quindi di ricezione. Quando i mali sono molteplici tali frequenze tendono a sommarsi secondo la specifica natura di quel corpo vissuto. Eppure, anche qui, non si tratta semplicemente di un veicolo di trasmissione di informazioni; questo potrebbe essere corretto se interrogassimo la scienza medica, in cui il dolore localizzato informa sul tipo di disfunzione del paziente; ma nella sfera esistenziale le cose sono più complesse e stratificate, questo perché il paziente non sente semplicemente il dolore che gli “trasmette” l’organo disfunzionale, semmai è egli stesso quel dolore. Il dolore, come qualsiasi altra emozione, non è un veicolo di trasmissione, ma un modo di essere. Nella malattia il dolore non informa, ma costituisce temporaneamente l’intera sfera esistenziale della persona e la configura. Pensiamo per un attimo a come il dolore abbia contribuito a plasmare l’esistenza di Friedrich Nietzsche e come abbia potuto rendere possibile un concetto capitale come quello divolontà di potenza. Quest’ultimo concetto sarebbe impensabile senza la bolla esistenziale da cui è scaturito o, ancora meglio, senza quella sfera esistenziale che l’ha fatto risuonare. In un certo senso il corpo di Nietzsche è stato un campo di battaglia in cui i grandiosi concetti del filosofo hanno dovuto affrontare enormi fatiche e sofferenze per poter essere partoriti, anzi proprio quella sofferenza ha dato un colore intenso a questi concetti, rendendoli vivi e rigogliosi. L’innata tendenza a far vibrare la nostra bolla esistenziale trova innumerevoli modi per realizzarsi, il dolore può esserne uno di questi.
Tra gli innumerevoli aspetti dell’Urlodi Edvard Munch (1893) rimane significativo il fatto che sia proprio l’urlo a determinare il profilo dell’intera opera, come se quel suono impercettibile all’udito si manifestasse nella forma del paesaggio curvato da quella sorgente sonoro-emotiva che è il protagonista del quadro. Nel gesto esasperato del’artista si coglie, io credo, un aspetto essenziale dell’esistenza: quello per il quale la bolla esistenziale per quanto contratta dal dolore tende inesorabilmente a irradiarsi nel mondo ambiente. Una cosa però da sottolineare nella malattia e, più in generale, nella sofferenza è che il nostro corpo tende a diventare il mondo ambiente in cui si irradiano, come tante onde sferiche, le pulsazioni dei rispettivi organi disfunzionali. Ogni centro del dolore pulsa diffondendosi in tutto il corpo creando un disequilibrio che, nel suo insieme, è la forma che in quel momento assume la nostra bolla esistenziale. A ben vedere, questo legame tra disarmonia e malattia è il fondamento della medicina pitagorica; quando, infatti, stiamo bene e in salute e uno stato di gioia pervade tutto il nostro essere, lo stato disarmonico si annulla, il nostro corpo perde il ruolo di essere il mondo ambiente contratto della nostra esistenza e quei precedenti centri di malessere disfunzionale perdono la loro particolarità, diventando modi che partecipano armonicamente all’intero, come se fossero tanti diversi strumenti che partecipano alla realizzazione di un’armoniosa sin-fonia, nella forma emotiva della sim-patia.
Ma qual è lo scopo della bolla esistenziale? Semplicemente la cura.
Su questo tema si è già detto molto negli articoli precedenti, grazie ai fondamentali risultati del pensiero di Martin Heidegger sull’esistenza. Si tratta qui solo di puntualizzare alcuni aspetti in relazione alla figura della bolla esistenziale.
Cura in primo luogo qui vuol dire aver cura della propria bolla esistenziale. Ma se cura vuol dire in generale lasciare che una cosa sia ciò che è, allora aver cura della propria bolla esistenziale vuol dire lasciare che quest’ultima possa formarsi secondo la propria intrinseca natura. Ma, di nuovo, questo è possibile solo se comprendiamo nel profondo cosa siamo, chi siamo. A ben vedere, però, già quando iniziamo questo cammino di conoscenza verso noi stessi ci prendiamo cura di noi. Come si può notare il movimento che lega la conoscenza e l’aver cura è un movimento circolare. Detto per inciso: e se fosse proprio in questo movimento che si cela una delle possibili soluzioni dell’enigma dell’eterno ritorno dell’uguale di Nietzsche? Tornando al primo punto sul rapporto tra cura e bolla esistenziale, aver cura di se stessi significa aver cura del proprio campo vibrazionale; in un certo senso significa aver cura dei proprio suoni, sia quelli esterni sia quelli interni. Questo, ad esempio, comporta che quando guariamo da una malattia non facciamo altro che intonare l’intero nostro corpo, anzi, l’intera nostra bolla esistenziale, secondo il tono vibrazionale che gli è proprio per natura. Si può senz’altro affermare che questo accade mediante la somministrazione di farmaci o adeguate terapie mediche, ma il risultato finale è esattamente questo stato di armonia che pervade tutto il nostro essere. Essere sani non significa semplicemente essere in salute, ma essere pienamente se stessi. In effetti si può essere sani e condurre una vita che non ci appartiene. Aver cura di se stessi allora vuol dire aver cura di diventare ciò che siamo profondamente, facendo sì che la nostra vita sia in piena sintonia con il nostro essere.
Una seconda accezione del termine cura è quella di aver cura degli altri. In questo caso la cura mette in gioco la costante intersezione tra la propria bolla esistenziale e quella degli altri. Nell’intersezione tra bolle esistenziali gli elementi in gioco si complicano vorticosamente. In primo luogo, si ha cura del punto di intersezione tra le bolle, ossia si ha cura che la relazione vibrazionale diventi un’occasione di crescita nei confronti delle bolle che vi partecipano. Questo significa però che il tono vibrazionale del punto di intersezione deve favorire il carattere espansivo delle bolle stesse, favorire un virtuoso incontro, e questo, a sua volta, significa favorire le bolle stesse. Non si tratta allora di negare una parte di sé nell’incontro per raggiungere una sorta di mediazione tra le bolle, come se l’incontro fosse più importante delle bolle e quest’ultime dei semplici mezzi per raggiungere lo scopo incarnato dall’intersezione. Se così fosse, l’incontro porterebbe al tradimento del proprio tono vibrazionale.
Ma quando il punto di intersezione diventa l’occasione per favorire le bolle e non per reprimerle? In primo luogo quando il punto di intersezione non è lo scopo delle bolle, ma un “evento” rivelativo delle bolle stesse e del loro rapporto, ossia quando il punto di intersezione lascia essere le bolle così come sono. Attenzione, lasciar essere le bolle nell’incontro non significa lasciare che le cose non cambino, se così fosse non si avrebbe alcun giovamento per le singole bolle. Lasciar essere le bolle qui vuol dire lasciar crescere le bolle secondo la propria natura più profonda, secondo il tono che intona l’intero essere delle bolle. L’incontro è quindi un’occasione di crescita delle bolle esistenziali che rende possibile un progressivo dispiegarsi del proprio tono armonico-vibrazionale. Favorire in questi termini l’incontro vuol dire aver cura di sé e degli altri, ed è solo quando entrambi sono favoriti che si raggiunge pienamente il senso dell’aver cura dell’altro. Se nell’aver cura dell’altro sacrifico la mia bolla esistenziale oppure sacrifico l’altro per favorire me stesso, in entrambi i casi, l’aver cura sarebbe vanificato e il punto di intersezione oscurato, perdendo il suo carattere rivelativo.
Questo ci porta al terzo punto in merito al significato della cura, quella in cui le bolle esistenziali non risuonano solo in se stesse ma anche ognuna nell’altro, come una sorta di eco. Ognuno di noi fa risuonare dentro di se la bolla esistenziale dell’altro. Questo risuonare può avere diverse accezioni. In generale questa capacità di far risuonare dentro di sé la bolla esistenziale dell’altro potremmo semplicemente chiamarla simpatia o anche sintonia. Ma la simpatia non necessariamente favorisce la propria crescita, anzi può indurre a stati depressivi profondi. Come si suole dire, la depressione di una persona a noi vicina può accentuare la nostra depressione. Il punto di volta consiste nel trasformare questa interiorizzazione della bolla esistenziale altrui in un’occasione di crescita, ossia nella possibilità di focalizzare la nostra attenzione su quegli aspetti disarmonici della nostra bolla per riaccordarli all’intero nostro essere, come il lavoro di un sarto che, nella cura, scioglie quei nodi che impediscono alla bolla di vibrare secondo il proprio tono, ricostituendo l’adeguata trama del proprio sé e restituendo questa trama stessa all’altro. Se è vero che nella simpatia noi possiamo accentuare il nostro malessere mediante l’interiorizzazione del malessere dell’altro, è anche vero, ed auspicabile, che il processo di guarigione dell’uno possa favorire il processo di guarigione dell’altro, a patto che le due bolle esistenziali siano disposte ad aver cura della loro crescita. Se così non fosse le bolle esistenziali potrebbero sempre trovare nuovi punti di intersezione per la propria crescita e quella altrui.
In conclusione, si può notare come mediante la figura della bolla esistenziale, intesa come un campo di vibrazioni che cammina verso la realizzazione del proprio tono armonico vibrazionale sempre in intersezione con altre bolle, si possa disvelare l’intera ramificazione dell’esistenza dell’uomo. Al di là di una visione prettamente meccanicistica, l’uomo è un campo di forze vibrazionale, in cui pensiero e sentimento concorrono per un unico scopo che può essere raggiunto o tradito, quello di realizzare ed espandere il tono fondamentale della propria bolla esistenziale, la propria sinfonia. In questo cammino verso la propria bolla rimane essenziale la costante intersezione con altre bolle che, se favoriscono la crescita fisiologica di ogni bolla, realizza l’espansione armoniosa di un intero globo di bolle, in cui la “propria” sinfonia concorre alla realizzazione di quella collettiva.
Francesco Cardone




