In questo breve contributo vorrei delineare una possibile critica della gerarchia delle facoltà mentali dell’uomo, mostrando come, lungo la storia della cultura e della civiltà occidentali, ad una sempre maggiore capacità prestazionalistica delle facoltà mentali che fanno capo alla ragione calcolante, si sia determinato un costante impoverimento di altre essenziali facoltà umane, quali la sensibilità e l’immaginazione.
Se provassimo sinteticamente a delineare le facoltà mentali che caratterizzano la vita psichica dell’uomo, ci troveremmo di fronte a tre grandi e complesse funzioni della mente: la sensibilità, l’immaginazione e la ragione. La complessità di queste facoltà la si può notare dalla profonda stratificazione mediante cui ognuna di esse si articola. La sensibilità, ad esempio, non è semplicemente la capacità di percepire mediante i nostri sensi qualcosa del mondo ambiente che costantemente ci circonda. In questa capacità ricettiva si intreccia l’intero spettro delle nostre emozioni. Noi non percepiamo semplicemente qualcosa, ma sentiamo sempre mediante una tonalità emotiva: percepiamo con gioia, con paura, con speranza, con angoscia, e così via. Questo “con” che accompagna ogni nostra percezione non si aggiunge ad essa, ma incarna il modo in cui la percezione semplicemente accade. Percepire qualcosa “senza emozioni” è, infatti, un artificio che realizziamo solo mediante una radicale forma di addestramento o anche a seguito di un forte trauma. Nella vita fisiologica di un qualsiasi essere umano la percezione è sempre uno stato emotivo mediante cui ci relazioniamo al mondo ambiente.
Nello sviluppo delle facoltà di un essere umano possiamo notare che la prima facoltà mediante cui si fa esperienza del mondo sia sempre la sensibilità emotivamente intonata. Basterebbe riprendere quell’esperienza primordiale che è stata la percezione del battito del cuore di nostra madre. Si tratta, infatti, di una percezione sonora rassicurante per il bambino. Quando poi usciamo dal ventre di nostra madre le percezioni si arricchiscono sempre di più, a tale ricchezza sensoriale corrisponde una eguale ricchezza emotiva, nel senso che una costante sovrapposizione di percezioni ed emozioni si costituisce nello sviluppo delle nostre sensazioni. I cinque sensi progressivamente coinvolti nelle nostre percezioni sono disposti mediante uno spettro sempre più complesso di emozioni: noi tocchiamo, assaporiamo, ascoltiamo, annusiamo e vediamo a partire da uno stato emotivo che orienta e colora la nostra percezione. Grazie a questa simbiosi tra percezione ed emozione noi impariamo ad unificare i cinque sensi, cogliendo di un medesimo oggetto la sua consistenza tattile, il suo sapore, il suo suono, il suo odore e il suo colore. Grazie a questo indissolubile connubio tra percezioni ed emozioni, noi impariamo progressivamente ad orientarci nel mondo ambiente in cui siamo immersi. Questo significa che, prima ancora dello sviluppo della nostra facoltà intellettiva, sono le nostre percezioni emotivamente intonate ad essere il principio delle nostre azioni.
D’altra parte, come vedremo anche null’ultima sezione di questo articolo, credo che sia un errore separare le nostre facoltà, considerandole come funzioni delle nostre capacità mentali che solo in un secondo momento, dopo una fase di sviluppo autonomo, iniziano ad interagire tra loro. È questo, infatti, il caso dell’immaginazione. Possiamo senz’altro affermare che inizialmente la nostra percezione emotivamente intonata abbia un ruolo essenziale nell’orientare le nostre azioni, ma è altrettanto vero che già in questa fase iniziale l’immaginazione, anche se in uno stato embrionale, inizia a svilupparsi in noi. In effetti la nostra memoria agisce sulle percezioni proprio grazie all’immaginazione, ossia grazie alla capacità di trattenere nella memoria ciò che percepiamo. Ritorna, in tal senso, l’esperienza del battito del cuore di nostra madre: senza la memoria, e dunque l’immaginazione, noi non potremmo fare esperienza di qualcosa che si ripete, dandoci la sensazione emotiva di ciò che è familiare, rassicurante.
Letteralmente la parola immaginazione rimanda alla capacità di produrre delle immagini nella nostra mente, residui mentali di quello che abbiamo in precedenza percepito; ma se è vero che la nostra percezione è sempre emotivamente intonata, allora anche questi residui di immagini dovranno produrre l’eco di quel tono emotivo. Il ricordo di un momento della nostra vita, in effetti, porta con sé il tono emotivo mediante cui l’abbiamo vissuto: il ricordo di un momento di forte gioia porta con sé l’eco della gioia, così come un momento di tristezza risuona nella nostra immaginazione con lo stesso tono emotivo.
L’immaginazione, però, non si risolve semplicemente nel trattenimento di ciò che abbiamo percepito, in esso vi è molto di più. La vastità di questa facoltà la si può cogliere nella dimensione onirica. Il materiale del sogno proviene certamente dalle nostre percezioni emotivamente intonate, ma il modo in cui tali immagini vengono elaborate appartiene alla nostra immaginazione. A sua volta, questo lavoro onirico atto a combinare, mutare, sovrapporre materiale proveniente dalle nostre percezioni, non accade senza delle ricadute emotive. Così come le immagini risentono della eco emotiva delle percezioni, allo stesso modo il lavoro onirico si articola sempre con un certo tono emotivo. I nostri sogni sono un meraviglioso e inquietante groviglio di immagini ed emozioni.
L’immaginazione, a sua volta, non elabora il materiale proveniente dalle nostre percezioni in modo casuale; una molteplicità di regole, infatti, sono sottese in ogni elaborazione mediante questa facoltà. Tali regole sono, fino a un certo punto, governate dalla nostra capacità combinatoria che fa capo alla ragione. – Detto per inciso, in questa mia esposizione delle facoltà mentali, impiego il termine ragione ed intelletto in modo pressoché indistinguibile, in quanto ciò che vorrei marcare è la capacità di associazione di questa facoltà secondo determinate regole. – Per chiarire questa nostra capacità combinatoria basterebbe rimandare alla monumentale architettura dellaCritica della ragion puradi Kant. Mediante le regole dell’intelletto noi possiamo combinare non solo ogni immagine mentale presente nella nostra mente, ma ancora di più ogni nostra percezione, creando ogni volta un nesso logico che rende l’esperienza gravida di senso. Questa capacità di unificare una molteplicità di percezioni mediante una funzione logica dell’intelletto è inscritta nel termine λόγος
(lógos), termine particolarmente complesso che traduciamo con parole quali “ragione”, “parola”, “discorso”, ma forse in modo ancora più profondo con la parola “raccolta”.Lógosè essenzialmente il risultato di un’azione, quella di raccogliere (légein) un insieme di elementi secondo un medesimo criterio. In effetti, il nostro stesso linguaggio così come il nostro pensiero si articolano secondo un medesimo principio, quello di legare elementi eterogenei in modo da creare una trama di connessioni.Lógosè il “legame” che costituisce, ad un tempo, il nostro linguaggio e il nostro pensiero. Partendo da questo presupposto, possiamo aggiungere che l’attività del legare elementi eterogenei secondo un medesimo criterio può realizzarsi in tanti modi, vi è unlógosnella produzione artistica, come ad esempio nella poesia e nella musica, unlógosdei sentimenti, in cui cerchiamo di dare un significato alle emozioni che ci pervadono, ma vi è anche unlógosche è proprio della scienza moderna e che possiamo indicare con l’espressione “pensiero calcolante”, in cui è il calcolo a diventare il criterio dellógos. Tale forma dilógosè quella che oggi domina a livello planetario su qualsiasi altra modalità della ragione.
Data questa sommaria descrizione delle facoltà mentali, una prima domanda che possiamo porre è: in che modo si generano in noi queste facoltà mentali? Sono sempre presenti già dai primi attimi di vita o si formano progressivamente durante la nostra crescita?
Una prima possibile risposta potrebbe essere quella che evidenzia come le facoltà mentali si sviluppano progressivamente: la prima, infatti, è quella legata alla percezione, poi si sviluppa l’immaginazione e in ultimo la ragione. Tra le tante cose presenti nellaFenomenologia dello spiritodi Hegel vi è una straordinaria storia dello sviluppo delle facoltà conoscitive dell’uomo che prendono inizio con la certezza sensibile fino a culminare con la ragione pienamente dispiegata. Questa ipotetica risposta è certamente rafforzata dall’osservazione della crescita di un qualsiasi essere umano. Inizialmente il bambino sviluppa il suo apparato percettivo, il suo mondo è fatto di oggetti tattili, di sapori, odori, suoni e colori. Poi però inizia la fase del gioco, in cui l’immaginazione diventa la guida delle azioni quotidiane. In ultimo, mediante un costante apprendimento, è la ragione che diventa la facoltà che dirige l’agire umano, non a caso si parla “dell’età della ragione” come della fase matura dell’uomo.
Come si può vedere da questa breve descrizione, ogni facoltà umana cede il passo a quella successiva e si pone al servizio di quest’ultima. Un ulteriore rafforzamento di questa ipotetica risposta alla domanda posta in precedenza potrebbe essere la storia dell’evoluzione delle civiltà umane; anche in questo caso, infatti, ci troveremmo di fronte a civiltà originariamente legate alla percezione, poi all’immaginazione ed infine alla ragione. Nello stadio primitivo della storia dell’uomo, sono state le facoltà percettive ad essere state determinanti; dovremmo, in tal senso, immaginare uomini con una capacità sensoriale particolarmente sviluppata. Successivamente, grazie forse alla possibilità di dormire e sognare in luoghi protetti come le caverne, gli uomini hanno trovato le condizioni per sviluppare l’immaginazione, iniziando a rappresentarsi la realtà grazie alle loro immagini mentali, ed è in questo stadio dell’evoluzione che sono sorti probabilmente i primi culti religiosi e le prime forme d’arte. In ultimo, grazie anche alla capacità di astrazione dell’immaginazione, è sorta l’ultima facoltà, ossia la ragione. Mediante questa facoltà l’uomo ha iniziato a sviluppare connessioni logiche non più necessariamente legate ad immagini mentali e quindi anche alla percezione. È l’alba del pensiero calcolante, capace di misurare, giudicare e anticipare. È la civiltà di Prometeo che sorge con la ragione.
Questa filogenesi delle facoltà mentali dell’uomo ha sicuramente il vantaggio di mostrarci ogni facoltà all’interno di uno sviluppo di cui troviamo continuamente traccia sia in ogni singolo uomo sia nell’intera specie umana.
Se le cose stessero veramente così, non sarebbe errato considerare “superiore” ogni facoltà che si sviluppa successivamente rispetto ad un’altra, come in effetti ci dice lo stesso Aristotele. In un’ipotetica piramide evolutiva, potremmo quindi porre al vertice la ragione, alla base la percezione intonata emotivamente e al centro l’immaginazione, come una sorta di ponte tra gli estremi, così come accade nella gnoseologia kantiana. In effetti l’uomo diventa il vertice della catena alimentare solo quando pone la ragione al vertice delle sue facoltà. Il massimo potenziale l’uomo lo raggiunge solo quando sia la percezione sia l’immaginazione sono al servizio della ragione, e in particolare del pensiero calcolante.
Ma cosa accade all’uomo nella sua interezza quando ogni facoltà è al servizio della ragione?
Per rispondere a questa domanda, vorrei riprendere l’ipotesi che è stata accennata all’inizio di quest’articolo. Ben inteso, un’ipotesi che non elimina la visione evolutiva delle facoltà mentali dell’uomo, ma ne mostra una profonda interdipendenza che, nella prima ipotesi, viene minimizzata, e non per una interpretazione superficiale, ma per una specifica visione dell’uomo.
Secondo questa seconda ipotesi, sensibilità, immaginazione e ragione non sono mai veramente divise. È senz’altro vero che vi sono delle età della vita in cui una facoltà può prevalere sulle altre, ma in ogni fase rimane costante una profonda interdipendenza tra tutte le facoltà, tale per cui più che parlare di sensibilità, immaginazione e ragione come tre compartimenti stagni originariamente separati e che solo in un secondo momento entrano in relazione, si dovrebbe parlare di sensibilità dell’immaginazione e della ragione, di immaginazione della sensibilità e della ragione e di ragione della sensibilità e dell’immaginazione. Secondo questa ipotesi interpretativa, già dall’inizio la sensibilità necessiterebbe, nel suo sviluppo, dell’attività dell’immaginazione e della ragione, anche se in forma puramente embrionale. Nell’esempio del battito del cuore di nostra madre, noi percepiamo questo suono come qualcosa di rassicurante, perché la nostra immaginazione l’ha conservato sotto forma di ricordo inconscio, allo stesso modo una sorta di proto-ragione ci porta alla conclusione che quel suono rassicurante sia il segno della nostra protezione dentro il ventre di nostra madre. Ovviamente il bambino non è cosciente di queste attività mentali, ma è altamente probabile che vi siano già in modo embrionale tutte queste capacità. Quando il bambino inizia a sviluppare la sua immaginazione mediante il gioco, questo non comporta il venir meno della sensibilità, anzi proprio nel gioco la sensibilità emotivamente intonata scopre nuove possibilità di sviluppo, allo stesso modo la centralità dell’immaginazione durante il gioco dà la possibilità al bambino di sviluppare una capacità di connessioni logiche particolarmente significative, fatte di regole, quali il rapporto di causa ed effetto, il principio di identità e di non contraddizione ecc. Vale ovviamente la stessa cosa quando entriamo nell’età della ragione, quest’ultima si alimenta della nostra sempre più raffinata capacità di percepire il mondo ambiente, come anche della capacità di immaginare scenari diversi da quelli che percepiamo. Basterebbe in tal senso far riferimento agli esperimenti mentali di Galilei o dello stesso Einstein. Sarebbe infatti stato possibile per queste menti geniali formulare le loro leggi della fisica senza il supporto della loro immaginazione? Certamente no! A ben vedere non vi è alcuna separazione tra le nostre facoltà mentali, ognuna di esse si sviluppa proprio grazie alle altre, senza alcuna frattura. A rendere profondamente legate queste tre facoltà mentali è l’intonazione emotiva che le incarna sempre: non solo, infatti, la percezione è sempre emotivamente intonata, ma sia l’immaginazione sia la ragione hanno sempre delle ricadute emotive. Quando immaginiamo qualcosa, dentro la nostra mente si libera sempre l’eco di un tono emotivo che dà colore a ciò che immaginiamo, se infatti la nostra immaginazione producesse uno scenario inquietante, l’inquietudine ci assalirebbe, allo stesso modo, se mediante il nostro ragionamento, pervenissimo alla soluzione di un problema, una sensazione di serenità ci caratterizzerebbe. Questo ci porta ad una parziale conclusione della nostra seconda ipotesi: non solo vi è una costante interdipendenza tra le nostre facoltà mentali, ma proprio questo legame originario è determinato dal fatto che il tono emotivo caratterizza ogni attività mentale.
Ma se le cose stessero in questi termini, perché la nostra civiltà ha decretato la priorità della ragione calcolante sulle altre facoltà, quali la percezione e l’immaginazione? Perché, insomma, al culmine della nostra civiltà la ragione è diventata la facoltà che decide quali percezioni avere e cosa è possibile immaginare?
È evidente che per rispondere adeguatamente a tali domande bisognerebbe ripercorrere l’intera storia della civiltà occidentale fin dalle sue radici greche, mostrando come a partire da Socrate e Platone la ragione sia progressivamente diventata la facoltà che decide sulle percezioni e sull’immaginazione. Basterebbe in tal senso riprendere la critica nei confronti di alcune forme d’arte formulata da Platone nellaRepubblica. Purtroppo questo percorso richiederebbe troppo tempo per essere adeguatamente sviluppato in questo breve articolo. Quello che possiamo fare in questa riflessione critica della gerarchia delle facoltà mentali è accennare come lungo tutta la storia della nostra civiltà la dimensione spirituale della nostra cultura abbia costantemente tentato di colonizzare tutte le istanze del nostro corpo e della nostra immaginazione: la centralità della ragione socratica, il mondo delle idee di Platone, la superiorità della vita teoretica in Aristotele, la dottrina dell’anima di Agostino, il cogito cartesiano, il pensiero calcolante della scienza moderna, le categorie dell’intelletto kantiano, lo spirito hegeliano e così via fino all’età della cibernetica odierna hanno tracciato un gigantesco percorso in cui progressivamente le istanze della percezione e dell’immaginazione sono state riconfigurate a partire dalle istanze della ragione. Le “ragioni” della percezione e della immaginazione emotivamente intonate non sono più argomento di riflessione, poiché sono le “ragioni” della ragione a decidere quali percezioni e forma di immaginazione siano legittime e quali debbano essere escluse. Non solo questo, la stessa percezione e immaginazione si risolvono secondo i criteri della ragione calcolante, tale per cui percepire e immaginare oggi rientrano nelle discipline della chimica e della neurologia, ossia all’interno di discipline in cui a dominare è il pensiero calcolante. A partire dal principio di prestazione che domina ogni nostra attività odierna, le nostre percezioni e immaginazioni debbono essere al servizio di tale principio, tale per cui ogni forma di percezione e immaginazione che oggi esuli da tale principio sono giudicate dalla nostra cultura come qualcosa di inutile o addirittura sovversivo.
Se dovessimo, allora, dare una possibile risposta al perché la ragione abbia progressivamente colonizzato le altre facoltà mentali, potremmo indicare diverse soluzioni: 1) la ragione ci appare come la facoltà di cui abbiamo un maggiore controllo rispetto alla percezione e all’immaginazione; 2) la ragione tende a semplificare la realtà, dandoci la sensazione di poterla risolvere nella trama dei nostri calcoli logici; 3) la ragione ci dà l’impressione di poter avere un dominio totale sulle cose e sugli uomini; 4) la ragione ci appare come la massima espressione della volontà di potenza dell’uomo.
Ma è qui il punto centrale di tutta la questione: cosa diventa l’uomo in questo processo di colonizzazione della ragione calcolante? È certamente vero che mediante la centralità della ragione in ogni nostra prassi siamo diventati tutti molto più efficienti, riusciamo a produrre molte più merci, a realizzare opere in passato inimmaginabili, se non nei nostri miti, eppure allo stesso tempo stiamo vivendo una sorta di inaridimento delle nostre facoltà e del nostro stesso sentire. Credo che l’esempio estremo di tale inaridimento sia possibile rintracciarlo in quel fenomeno radicale che è stato il nazismo e in particolare il mondo concentrazionario dei lager. In quell’universo in miniatura non troviamo un impoverimento della ragione calcolante, anzi semmai esattamente l’opposto. I carnefici non erano sprovvisti di questa capacità, semmai erano sprovvisti di una fisiologica capacità di percepire e immaginare mediante uno stato emotivo corrispondente. In effetti, ciò che caratterizzava tali carnefici era una radicale psicopatia, semplicemente erano stati addestrati per non sentire ciò che facevano, così come era preclusa la possibilità di immaginare qualcosa di diverso rispetto alla prassi che quotidianamente svolgevano, ciò che, in effetti, era importante era il grado delle loro prestazioni, ossia la totale adesione ad un lavoro puramente meccanico il cui unico scopo era impiegare e trasformare materiale umano (Arbeit macht frei). Da questo punto di vista, seguendo la preziosa e per certi versi insuperabile lezione di Hannah Arendt, il fenomeno del nazismo non rappresenta semplicemente il nostro passato, ma una possibile misura del nostro futuro: la possibilità di un conflitto nucleare mondiale che minaccia costantemente il nostro futuro ne è un esempio, è questo perché anche in uno scenario estremo come una guerra nucleare a decidere è sempre la ragione calcolante, il principio di prestazione, non certamente la nostra percezione o immaginazione.
Eppure se rimane ancora vero quel verso del poeta Hölderlin che afferma che “dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva”, si può ritenere che, per quanto il pensiero calcolante mediante la sua furiosa tracotanza tenti di risolvere ogni aspetto dell’essere umano secondo le sue istanze prestazionalistiche, l’intera complessità dell’esistenza umana continua a ribellarsi a tale colonizzazione. Basterebbe, in tal senso, far riferimento alla salutare potenza sovversiva dell’arte e quindi anche della musica, che rifiuta costantemente questa riduzione del suo fare a mera prestazione. Anche quando la nostra vita quotidiana tende a impoverire tutte le nostre capacità, facendoci diventare funzionari di apparati tecnici, la semplice e occasionale fruizione di significative opere d’arte fanno riaffiorare nel nostro animo e nel nostro corpo quella complessità ricca di colori ed emozioni che sempre ci caratterizza. Un esempio paradigmatico di questo è l’arte prodotta segretamente dalle vittime della furia nazista nei campi di concentramento, come se, anche in condizioni estreme, l’espressione dell’esistenza umana si rifiutasse di diventare semplice strumento di un’ideologia della ragione calcolante. A conclusione di questo articolo credo che si possa affermare che la nostra salvezza come esseri umani stia nella possibilità di coltivare tutte le nostre facoltà mentali, in modo che ognuna di esse possa sostenere le altre mediante un abbraccio fraterno. Il pensiero calcolante non va escluso o demonizzato, ma vissuto per quello che in realtà “è”, ossia un aspetto di una realtà psichica molto più complessa e ricca di possibilità per l’avvenire di noi tutti.
Francesco Cardone




