Abitare i suoni della Terra XIV – I suoni delle madri

Esistono suoni propriamente materni o più in generale suoni femminili? Può un suono, che apparentemente ha proprietà semplicemente acustiche, avere connotati di genere? Le madri parlano, sussurrano, cantano, gridano, le loro voci hanno innumerevoli inflessioni, eppure non sembrano, di primo acchito, così diverse dai suoni mediante cui si esprimono i padri. Apparentemente una demarcazione tra suoni materni e suoni paterni sembra una mera astrazione, in particolare in un tempo come il nostro in cui le differenze di genere tendono spesso a sfumare, eppure nell’esistenza umana rimane un’ancestrale complementarietà tra l’essere madre e l’essere padre, ossia due modi di essere diversi ma complementari.

L’esistenza non è mai un semplice essere al mondo, vi è sempre un “modo” di essere che connota questo essere al mondo. Si tratta di capire, allora, se il modo di essere delle madri possa ancora oggi essere la manifestazione di un archetipo che, come tale, si esprime anche mediante un’ampia gamma di suoni. Insomma, si tratta di verificare se sia ragionevole immaginare un mondo che si costituisce grazie anche all’eco dei suoni delle madri.

Come si può intuire, un percorso di ricerca come questo richiederebbe uno spazio che va ben oltre i limiti di un semplice articolo. Eppure nelle diverse tappe di questo percorso di ricerca che ha come titolo “Abitare i suoni della Terra” più volte è emersa la risonante figura della madre: la si è sentita nel battito del cuore del mondo intrauterino del bambino, nella caverna come prima dimora risonante dell’uomo, nel mito, nella cura, così come in altri luoghi di questo percorso. Si tratta allora di capire se proprio i risultati delle tappe precedenti possano confluire nella centralità dei suoni delle madri come il costituirsi del mondo a partire dal modo di essere della bolla esistenziale materna.

La prima precisazione da cui vorrei partire riguarda l’uso del plurale madri e non del singolare madre. La madre può essere senz’altro considerata una sorta di archetipo su cui ha speso preziose parole Carl Gustav Jung, ma nell’esistenza fattuale il modo di essere della madre come anche del padre è sempre qualcosa di plurale, ci sono senz’altro dei tratti che accomunano gli innumerevoli modi dell’essere madre, ma sempre all’interno di una costellazione variegata che possiamo considerare come uno sfondo concreto della maternità. Questo significa anche considerare la pluralità di possibilità dell’eco delle madri non come un solo suono, ma come una costellazione di suoni che caratterizzano la sua natura.

Da dove allora partire per cercare una sorta di nucleo concettuale che possa descrivere il mondo sonoro delle madri?

Riprendendo il tema dell’esistenza nei termini tracciati da Heidegger, si può iniziare da quella che più volte è stata indicata come l’essenza della vita umana, ossia la cura (Sorge). Ebbene, credo che si possa senz’altro affermare che ciò che primariamente incarna la cura come prassi umana sia proprio l’essere madre. È da questo punto che possiamo far iniziare un possibile percorso di ricerca che leghi il mondo come fenomeno sonoro con la natura dell’esistenza delle madri.

Per prima cosa proviamo a far emergere la costellazione semantica che gira attorno alla parola “madre”. Seguendo la lezione di Giovanni Semerano, possiamo notare che il termine latino “mater” riprende le parole accadiche “watru”, “matru” che, a loro volta, richiamano parole come “atru” e “utru”. Tali antiche parole descrivono la madre come qualcosa di “generante” e “prominente”, che a sua volta rimandano alla specifica struttura somatica della donna quale il “ventre” e l’”utero”. A sua volta, si può notare una profonda affinità semantica tra “madre” e “materia”, il cui significato originale è quello di essere il “principio e l’origine delle cose”. Dunque madre è prima di tutto la vastità della provenienza della vita stessa. La parola caos, in effetti, significa originariamente “voragine”, una sorta di utero-cosmico da cui tutto proviene. Non solo questo però, perché proprio l’affinità tra madre e materia ci suggerisce che madre non è solo ciò da cui tutto proviene, ma in un certo senso ciò di cui siamo intimamente costituiti. Noi tutti non solo proveniamo dalle nostre madri ma siamo fatti delle nostre madri, portiamo dentro di noi le madri da cui proveniamo. Il termine grecoὕλη(materia) indica la parte ombrosa di una selva, parola che può visivamente far pensare ad una sorta di utero-natura dalla cui oscurità proviene la vita stessa, provenienza che, a sua volta, si conserva in ognuno di noi per il semplice fatto di essere noi stessi materia materna. Si può, in tal senso, far riferimento all’uscita dei primati dalla foresta pluviale verso l’aperto della savana come primo atto di nascita dell’uomo.

Ora, uno studio etimologico della parola madre, in questa era postmoderna, potrebbe essere una sorta di sofisma che rianima un passato che sempre di più è considerato obsoleto, eppure a confermare il legame tra materia e madre è proprio la scienza contemporanea, infatti essere madre significa originariamente essere ciò che genera la materia della vita. Sia la biologia sia la fisica atomica ci confermano che la madre costituisce la materia del feto, nel senso che fornisce la materia che permetterà alle cellule di crescere formando la sua struttura specifica. Il punto è che questo fornire materia non è semplicemente equiparabile ad una fornitura di “mattoni” per costruire la struttura particolare della vita, ciò che manca in questa rappresentazione è il significato enormemente più complesso di materia, il quale più che indicare una semplice qualità, si palesa come una struttura ordinata secondo una regola interna che costituisce costanti rapporti con le prossimità esterne. La materia è il fondamento della vita perché la sua struttura interna determina la struttura interna di un organismo vivente, e lo determina perché la struttura in divenire dell’organismo può ramificarsi in tutte le sue forme solo a partire dagli strati di materia forniti dalla madre, i quali possono essere paragonati ad una sorta di tela striata su cui si costituisce la figura della vita, simile ad un quadro le cui pennellate di colore non provengono dall’esterno, ma dalla tela stessa.

Questo è forse il primo significato dell’essere madre. Ovviamente tale significato è troppo generico per poter specificare la sua natura, eppure un primo germe lo fornisce, ossia quello di marcare la capacità della madre di creare le strutture vibranti della vita, quelle strutture che permettono di generare la natura sonora dell’essere al mondo. Creare strutture vibranti non significa affermare che l’essere madre crea dal nulla la materia, semmai significa affermare che la madre costituisce nuovi legami della materia vivente a partire da suo stesso metabolismo. Insomma, ciò che fornisce e favorisce primariamente l’esser madre è la natura relazionale della materia, natura che rende possibile ogni volta la generazione dell’organismo vivente. Ecco dunque emergere il primo modo di intendere l’essere madre come cura, ossia la cura dei legami della vita.

Una obiezione che vorrei subito affrontare e cercare di risolvere, in modo da costituire un ulteriore passaggio di questo percorso di ricerca, consiste in questo: equiparare la madre alla materia non è un altro esempio di bieco riduzionismo e degradazione della natura femminile a qualcosa di passivo e secondario rispetto alla natura del maschile che apparentemente detiene il primato della forma sulla materia? Non rischiamo, insomma, con queste argomentazioni di confermare i pregiudizi del patriarcato occidentale che riducono la donna a qualcosa di incompleto perché ribadiscono un indissolubile legame tra materia e donna e, dall’altra, fa emergere l’implicito legame tra forma e uomo? Apparentemente questo rischio sembra ripresentarsi in questo percorso di ricerca e, in effetti, la struttura somatica della madre è stata più volte richiamata all’inizio dell’articolo; eppure se guardiamo le cose in profondità, possiamo intravedere una storia della concezione della materia che corrisponde esattamente alla storia della concezione della madre, su cui si è costituito l’intera impalcatura del patriarcato occidentale. Quest’ultimo ha raggiunto il suo primato teorico quando ha iniziato a “scindere” la materia dalla forma, attribuendo alla prima la semplice capacità di ricevere una forma e alla seconda la capacità di plasmare attivamente la prima. Il patriarcato opera primariamente scindendo gli elementi della vita e attribuendo contemporaneamente valori gerarchicamente diversi a tali elementi. Solo in questo modo possiamo arrivare al pregiudizio tale per cui la donna assume il carattere di essere un uomo non pienamente sviluppato, facendo dell’apparato sessuale femminile un inviluppo di quello maschile, fino alla fallimentare concezione freudiana dell’invidia del pene da parte delle femmine. In effetti, per millenni la materia è sempre stata concepita come qualcosa di intrinsecamente vivente, in quel remoto passato la figura della madre aveva un ruolo centrale, i culti delle dee della fertilità ne erano un esempio lampante; poi però si è iniziati a scindere la materia dal suo principio vitale, a scindere cioè la materia dalla forma, con la conseguente degradazione della prima rispetto alla seconda; il caso esemplare è la dottrina delle idee di Platone, in cui forma e materia si trovano ad esistere su due piani dell’essere radicalmente diversi. Lo stesso Aristotele, pur negando la dimensione iperuranica delle forme ideali, considera la materia qualcosa di passivo e la forma qualcosa di attivo. Ricordiamo che delle quattro concezioni della causalità aristotelica è proprio la causa materiale che assume un ruolo secondario. Anche nella visione giudaico-cristiana viene rimarcata questa scissione tra materia e forma, fino al culmine in cui la vergine Maria riceve in modo miracoloso il seme divino che plasma la natura di Gesù. Nella stessa scienza moderna la materia diventa semplicemente massa inerziale soggetta passivamente alle leggi della natura. Di nuovo dunque si ricostituisce una profonda scissione tra principio “passivo” e principio “attivo”. A ben vedere, dunque, tale degradazione dell’essere materia segue un percorso che è perfettamente parallelo alla degradazione dell’essere madre. Se invece facciamo attenzione alla fisica contemporanea, sembra che questa scissione tra materia e forma sia stata superata, mostrandoci non solo che la materia in sé non è mai qualcosa di inerte, ma che le stesse leggi di natura non sono qualcosa di diverso dalla materia. Quest’ultima oggi si presenta come un infinito brulicare di rapporti che determina l’intera trama dell’universo. Lo stesso spazio apparentemente vuoto può essere concepito come quanti di spazio che rendono possibile i legami dell’universo. Il fatto allora che proprio nel nostro presente ci troviamo a rivalutare la natura della materia con la progressiva emancipazione della donna, forse non è un semplice caso, ma segue un unico percorso in cui gli stessi principi del patriarcato sono messi in discussione.

Immaginiamo per un attimo due visioni parallele: nella prima vi à una gigantesca concezione patriarcale della materia e della madre equiparabile ad una sorta di fiume che ha trascinato la vita umana fino ad oggi, in essa troviamo la perenne attività della scissione, della separazione violenta degli elementi della vita, una sorta di ordinamento atto a demarcare la materia dalla legge, il femminile dal maschile, il passivo dall’attivo, il corpo dall’anima, la terra dal cielo, il significante dal significato, in tale concezione possiamo rintracciare una contemporanea attività di degradazione della materia e di violenta censura delle parole delle madri – il ricorrente “stai zitta!” –; nella seconda visione, invece, proviamo ad immaginare un fiume nascosto, che scorre nelle viscere stesse della terra, un fiume che in diversi momenti della nostra storia ha cercato di affiorare alla superficie (dee della fertilità, baccanti, stregoneria, movimenti femministi ecc.), una sorta di sapienza matriarcale in cui la materia non è concepita come qualcosa di inerte e passiva, ma come espressione di una pluralità di forze intrinseche alla materia stessa che lega la vita a sé stessa. Solo allora, partendo da questa diversa prospettiva, potremo far emergere ciò che da sempre costituisce i suoni delle madri, la loro bolla esistenziale.

Proviamo adesso a riprendere questo percorso di ricerca, considerando non solo ciò che si è appena detto ma anche i risultati degli articoli precedenti di questo cammino di ricerca verso l’abitare i suoni della Terra.

La materia è di per sé una struttura vibrazionale che costituisce rapporti e legami sempre nella forma di innumerevoli vibrazioni. Questo ci dice che prima ancora dell’emergere del suono e della parola, la materia stessa ha in sé il germe della dimensione acustica del mondo. Tale dimensione acustica la troviamo già in essere nel ventre delle madri. Il battito del cuore delle madri è la prima voce che udiamo, il primo mondo che si dà al bambino. Tale voce ha la natura della ripetizione, come una sorta di nenia che fornisce al bambino quella dimensione essenziale e rassicurante per la sua stessa crescita. Si tratta certamente di una ripetizione che può sempre variare, come una sorta di composizione musicale articolata secondo il principio di tema e variazioni. Il bambino mediante i sussulti dei battiti del cuore della madre fa esperienza di ciò che vive quest’ultima, esperisce la gioia quando la madre gioisce, esperisce la sofferenza quando le vicissitudini della vita porta la madre alla sofferenza. In sintesi, nel battito del cuore è come se si costituisse una sorta di primordiale grammatica del mondo che la madre fornisce al bambino, ed è a partire da questa grammatica che si compone il primo germe del carattere prenatale del nuovo nascituro. La prima forma di cura delle madri nei confronti della sfera emotiva del bambino è quindi il risonante battito del cuore materno. Vi è però un secondo elemento da considerare, ossia la voce stessa della madre nella fase intrauterina. Quando la madre parla, canta, sussurra, grida, produce vibrazioni che risuonano profondamente nel suo ventre. Due allora sono le voci primordiali dei suoni delle madri: il ritmo del suo cuore e la sua stessa voce. Immaginiamo allora il ritmo del cuore materno come se fosse una sorta di percussione e la sua voce come una sorta di canto primordiale, ed ecco che si dipana l’ancestrale carattere musicale del suono materno. Ritmo ed espressività emotiva ne sono i suoi caratteri originali. Tali caratteri sono profondamente interconnessi in modo da costituire una trama indissolubile. Quando infatti il ritmo del cuore è regolare perlopiù corrisponde ad una voce materna serena, dolce, morbida; quando invece, per svariate ragioni, il ritmo del cuore diventa impetuoso anche la voce corrispondente può assumere gli stessi tratti. È quindi a partire da questa grammatica musicale che si costituisce il primordiale mondo intrauterino del bambino. In effetti, quando il bambino nasce si è soliti riporlo sul petto della madre, questo gesto produce una forma di serenità da parte del nascituro, mettendo in atto il riconoscimento di qualcosa del suo primo mondo, quello da cui è emerso e che costantemente porta con sé, ma a ben vedere non è solo il battito della madre che il bambino riconosce, la stessa voce materna è per quest’ultimo un elemento essenziale che riascolta dopo la sua nascita. Prima ancora di esperire il volto materno il bambino appena nato riconosce la voce della madre, quella voce che ha sempre risuonato nel suo piccolo mondo intrauterino.

Due possibili obiezioni con cui conviene a questo punto confrontarsi sono da una parte la questione se tutto quello che è stato appena detto possa valere anche se la madre non coincide con la madre propriamente biologica, dall’altra se qui è in atto una sorta di idealizzazione della figura della madre. Per la prima questione credo che se anche il bambino venisse adottato da un’altra madre, non verrebbe a franare l’intera impalcatura della centralità di questa nuova figura materna nella crescita del bambino. È senz’altro vero che quello specifico battito del cuore e quella specifica voce non riceve un riconoscimento da parte del bambino adottato, ma esiste un secondo piano simbolico dell’essere madre che può essere pienamente assolto dalla nuova figura materna; tale piano fatto di segni che si ripetono, di gesti amorevoli, di voci sussurrate, possono senz’altro portare ad una sorta di riconoscimento dell’essere madre da parte del bambino. In fin dei conti, essere madri non si risolve semplicemente nella piega biologica del suo ruolo o addirittura del suo genere, molteplici altre caratteristiche si dispiegano in questa figura centrale, e dunque molteplici altri suoni materni. Per la seconda questione, possiamo dire che si potrebbe presentare il rischio di idealizzare la figura della madre, assimilando quest’ultima a un’esistenza capace solo di trasmettere amore e felicità, come una sorta di figura angelica. Sappiamo bene, però, che la madre non è solo colei che è in grado di prendersi cura in modo amorevole del bambino, ma anche colei che può creare profonde esperienze di sofferenza nei confronti del figlio, esiste la madre che dona la vita ma anche la madre che sradica e cattura la vita. Questo significa che tutto ciò che qui viene detto nei confronti delle madri non vuole descrivere una sorta di paradigma idealizzato della madre, ma indicare dei possibili modi di essere della figura materna. Non a caso, qui non si parla dei suoni della madre, ma appunto dei suoni delle “madri”. L’essere madre è sempre un fenomeno plurale, così come è plurale il modo di essere del padre.

Se provassimo a riprendere il tema del riconoscimento mediante cui si palesa la voce della madre, potremmo trarre un altro aspetto essenziale per la crescita del bambino, quello per il quale la figura sonora della madre è ciò che inaugura la fruizione del mondo in termini di riconoscimento. In un certo senso la madre è il paradigma di qualsiasi altro riconoscimento. Ogni volta che nelle nostre esperienze “familiarizziamo” con un certo fenomeno, non facciamo altro che riprodurre quell’incontro originario con nostra madre, non perché in ogni cosa riconosciamo questa figura, semmai in ogni nostra esperienza del mondo, che tende a rendersi familiare nella forma della ripetizione, riviviamo la stessa dinamica della vita che abbiamo inaugurato con nostra madre. È come se la madre desse l’imprinting per qualsiasi altra esperienza del mondo che si fonda sulla dinamica del riconoscimento, ossia della ripetizione. Insomma, riconoscere mediante la ripetizione è il primo grande insegnamento della madre che rimarrà presente per tutta la nostra vita. Infatti, nei primi anni di vita le voci delle madri assolvono all’essenziale funzione di rendere familiare lo spazio sonoro dell’ambiente domestico. Sentiamo per così dire l’ambiente come qualcosa di familiare perché in esso riecheggiano i suoni delle madri. Questo implica anche che le voci delle madri tendono perlopiù a ripetere non solo determinati suoni ma in particolare il tono emotivo di questi ultimi. È questo abbraccio materno e sonoro che trattiene il bambino nel mondo della vita che si ripete e che non solo è riconosciuto ma costantemente richiesto. Il bambino, infatti, chiede costantemente la ripetizione della voce della madre, del suo tono amorevole e rassicurante. L’ambiente intrauterino pieno di suoni materni si trasforma con la nascita in un ambiente più esteso, tale ambiente non è per noi alieno e angoscioso perché in esso riecheggiano le voci materne. Nella prima fase della nascita sussiste un rapporto simbiotico tra madre e figlio, una profonda sintonia coinvolge tutti i sensi: tatto, odori, sapori, suoni e in ultimo i volti che si rispecchiano. I suoni assumono un ruolo straordinariamente importante, perché, prima ancora della vista, mostrano al bambino il mondo che la madre incarna e fa risuonare. In questo mostrarsi come il mondo del bambino, la madre parla, sussurra e canta il suo mondo e il bambino corrisponde a tale mondo nella forma dell’imitazione. È l’inizio della lallazione. In tal senso, sono proprio i suoni delle madri che inaugurano per imitazione simpatetica i suoni e le parole dei figli.

Quando il bambino nasce sente di aver perduto il suo luogo originale, ma proprio il corpo sonoro della madre rassicura che nulla è veramente perduto, che lei è lì presente, trattenendo con le sue amorevoli mani e la sua voce il figlio nella vita. Tale voce è una sorta di chiamata per il figlio che lo invita ad aprirsi e trattenersi nell’esistenza.

Se, come abbiamo visto in un articolo precedente, la vita è essenzialmente un costante costituirsi di legami, allora proprio la nascita del bambino pone quest’ultimo nella situazione di rinnovare un legame materno in una forma diversa. Partendo da questo spunto, possiamo far emergere un altro aspetto dei suoni delle madri, quello di essere l’originario costituirsi di legami esistenziali su cui si radicherà l’intera vita del bambino. Che le madri già nella fase intrauterina siano coloro che rendono possibile la vita come il costituirsi di legami biologici e affettivi è talmente evidente che non necessita di un ulteriore approfondimento. Il punto interessante è il modo in cui i suoni delle madri siano essenziali per la costituzione dei legami esistenziali della nuova nascita. Se quest’ultima può essere intesa come una sorta di strappo dall’originaria condizione intrauterina del bambino, la prassi materna è quella condizione che determina il ricostituirsi di un rapporto simbiotico tra madre e figlio da cui prende inizio l’esperienza del mondo del nascituro. Tale esperienza accade proprio grazie alla figura materna, come se lei stessa diventasse lo specchio e, ancora più originariamente, l’eco del mondo. Mediante la voce materna il bambino apprende la voce del mondo. Il punto essenziale è che la voce materna è come se avvolgesse la vita del bambino in una bolla esistenziale mediante cui il nascituro fa la sua prima esperienza del mondo. Questa primordiale bolla esistenziale costruita grazie all’interazione tra madre e figlio è come se fosse una sorta di seconda simbolica placenta atta a filtrare il mondo stesso secondo le amorevoli cure della madre. Tali cure si articolano secondo il movimento di gesti ripetuti: l’allattamento, le carezze, le voci, gli odori, i giochi, la vestizione e gli innumerevoli altri gesti materni sono come il movimento di una danza circolare che costituisce il modo in cui fioriscono i legami del mondo. Un legame esistenziale infatti non si costituisce semplicemente a partire dal primo incontro, ma solo quando questo incontro si ripete, diventando una prassi consolidata, ed è sempre in questo modo che si va a determinare quella fiducia così essenziale nella crescita di ogni individuo. Il bambino acquisisce fiducia e sicurezza solo quando percepisce il costante ripetersi del mondo materno che lo avvolge e lo guida nei suoi primi passi.

I suoni delle madri dunque si articolano perlopiù secondo la forma della ripetizione. Tali suoni sono propriamente materni, non semplicemente perché esprimono “chi” li pronuncia, ma ancora di più il “modo” in cui si articolano – è, in effetti, nel suo modo di essere che una madre anche se non biologica può realizzare pienamente la sua natura materna. Così come i gesti materni tendono a ripetersi, anche i suoi suoni seguono la stessa articolazione. Se dovessimo considerare la specificità dei due generi della vita, credo che si possa senz’altro dire che sia proprio il genere femminile che ha un rapporto simbiotico con il movimento della natura. A sua volta, il movimento della natura si palesa come un movimento circolare, il lento susseguirsi delle stagioni, in effetti, ne è un esempio perfetto. Questo movimento vale anche per i suoni della natura che tendono ad una medesima ripetizione. In effetti, in ogni ecosistema della terra noi possiamo notare che si costituisce un’armonia sonora composta da miriadi di forme viventi che tendono a ripetere il loro canto in determinati momenti del giorno. La ripetizione, che ha sempre le sue variazioni, è il modo in cui la vita sulla terra fiorisce e persiste, e questo forse semplicemente perché la terra si muove secondo un percorso circolare. Così come circolare è il movimento della vita delle madri che ha, ad esempio, nel ciclo mestruale un suo aspetto essenziale e che, purtroppo, la cultura patriarcale non ha mai adeguatamente valorizzato, operando una severa censura. Vi è dunque una profonda analogia tra i suoni delle madri e i suoni della terra. In entrambi i casi ci troviamo di fronte ad un movimento circolare della vita che costituisce legami sonori fatti di costanti corrispondenze espressive. Si tratta di una danza di suoni ma, a ben vedere, anche di corpi. Credo infatti che sia particolarmente significativo notare come l’esperienza della danza fin dalle prime comunità umane sia un aspetto privilegiato della vita delle donne e dunque delle madri. Spesso infatti sono le madri che insegnano ai propri figli i primi passi di danza. Ma cosa vuol dire danzare se non oscillare spontaneamente il proprio corpo in simpatia con dei suoni pulsanti e ripetitivi, come appunto il battito del cuore della madre? Proprio nella danza è come se i suoni prendessero corpo, liberando le potenzialità dei nostri stessi movimenti. Una madre che insegna la danza della vita al proprio figlio, fornisce a quest’ultimo i primi germogli della libertà. Quando le madri danzano mostrano che la vita non consiste nel dominio, ma in un atto di liberazione, ossia nel lasciar essere ciò che nascendo vive e cresce.

Provando a concludere questo percorso di approssimazione verso la dimensione sonora delle madri, possiamo cogliere che i suoni materni così come i suoni della terra sono il terreno fertile su cui germoglia la vita, perché tendono a curare la vita mediante un progressivo processo di liberazione di essa; il punto culminante della cura infatti consiste proprio nel lasciare andare il figlio verso il proprio destino di vita. La danza materna appresa dal figlio rappresenta i primi passi verso la libertà di essere sé stessi. In questo processo di liberazione della vita non vi è alcuna perdita, perché da una parte il figlio che cresce conserverà la testimonianza sonora della madre, ma allo stesso modo quest’ultima, pur conservando per sempre l’essere madre, potrà riappropriarsi del suo essere donna, del suo specifico destino. Liberare il destino del figlio vuol dire allora anche liberare la madre, in questo forse consiste il più grande atto di amore che si possa realizzare.  

Tutto quello che si è detto in questo articolo intenzionalmente non ha considerato il rovescio dell’essere madre, ossia le ombre che sempre si nascondono in questa figura. La madre che dona può essere anche colei che toglie, che sradica la vita; al donare la vita corrisponde anche la possibilità di togliere la vita, e certamente ogni madre concreta porta con sé sia la luce della sua figura sia la sua ombra. Nei suoni delle madri vi è anche il “grido”, esso appartiene alla natura dell’esistenza che si costituisce sempre mediante la categoria della possibilità. In effetti, nella vita concreta i suoni delle madri possono manifestare sia ciò che sostiene la crescita della vita sia ciò che la deprime. Tutto questo lo si può vedere mediante quella forma patologica dell’esistenza che la psicoanalisi individua, ad esempio, nel termine narcisismo o semplicemente a partire da tutti i conflitti interiori che la donna potrebbe non aver risolto e che si possono riversare nella crescita del bambino, facendo sì che la madre più che liberare l’esistenza del figlio, se ne appropri, soffocandone lo sviluppo. Si potrebbe, allora, ipotizzare che è solo quando la sfera istintuale della madre è riscritta secondo i costrutti della cultura che emergono le ombre della sua esistenza? A ben vedere, però, già nel mondo animale noi possiamo notare casi di madri che aggrediscono la vita dei propri cuccioli, sono certamente casi sporadici, ma comunque possibilità reali del mondo della vita. La stessa terra che viene sempre pensata come ciò che sostiene la vita può in alcuni momenti creare dei cataclismi che la distruggono. È senz’altro vero, però, che quell’istinto materno nel mondo della cultura, ossia nel mondo in cui convivono tre piani dell’esistenza, quello del pensiero, quello della natura secondo la specifica morfologia della specie umana e quella delle sue tecniche poietiche e politiche, subisce una pluralità di variazioni che possono amplificare sia l’essere madre che dà, cura e lascia essere la vita, sia l’essere madre che non dà, non cura e si appropria della vita che ha fatto nascere. Questo ci conferma che anche l’esistenza della madre rientra pienamente nella categoria della possibilità. Si tratta di capire allora, come abbiamo già visto nell’articolo sull’ascolto e la guerra, quale prassi umana possa sostenere l’essere madre che dona. Credo che la prima e inaggirabile condizione sia il rispetto per questa figura essenziale della natura umana, nel senso di un pieno riconoscimento dello specifico e centrale modo di essere madre, che vuol dire, più nel concreto, lasciare libera l’esistenza della donna secondo la propria natura in modo che lei possa maturare liberamente la sua figura materna e, nello stesso tempo, senza esserne imprigionata. Ma questo significa che i “suoni” delle madri non devono esaurire le possibilità espressive della donna che le incarna. Questo significa, allora, che l’essere madre non deve essere inteso come lo scopo ultimo dell’esistenza della donna, in cui ogni tratto della sua vita si risolve, semmai deve essere inteso come una possibile figura che coesiste con gli altri aspetti della sua esistenza. Solo in questo modo è possibile evitare che le numerose sfaccettature della vita della donna catturate ed irrigidite nell’unica figura dell’essere madre, possa negare la libera crescita della nuova vita che da lei scaturisce.  È evidente, allora, che tale rispetto nei confronti dell’essere madre può esserci solo quando vi è un pieno riconoscimento della libertà dell’essere donna, il quale implica, a sua volta, un radicale superamento del patriarcato. Non solo questo, si potrebbe anche cogliere la forte vicinanza che sussiste tra il rispetto nei confronti delle madri e il rispetto nei confronti della terra, in entrambi i casi si tratta di non considerare queste ultime come oggetti da violare e dominare, ma lasciare che esse possano liberamente sviluppare la loro natura. In fin dei conti, rimane la lezione del mito greco quando ci racconta che Gaia partorisce Urano e si unisce amorevolmente con lui, ma quando Urano inizia ad esercitare il suo dominio sessuale nei confronti della madre/moglie subisce una violenta castrazione perdendo la sua virilità maschile. Forse un giorno inizieremo a capire che la liberazione della specifica natura della donna renderà libera anche la natura dell’uomo e quindi la stessa figura dei padri e dei suoi suoni. 

Francesco Cardone    

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