Abitare i suoni della Terra XIX – La vita e la morte come risonanze della Terra

La Terra ha da sempre accolto la vita e la morte. Essa non si è mai rifiutata di sostenere la vita e di custodire la morte. Ha alimentato la vita grazie alla morte, facendo di quest’ultima l’alimento base del fiorire della vita: noi viviamo la nostra vita perché altri muoiono la loro vita. In questo brulicante intreccio tra vita e morte la Terra ha trovato la sua “natura”: la Terra è terra di vita e di morte. Il suono della vita e il silenzio della morte appartengono alla voce della Terra, sono come due volti inseparabili che si alimentano a vicenda. Non solo, infatti, la vita si alimenta della morte, ma proprio quest’ultima può “essere” solo perché permane nella vita altrui, come un silenzio che la vita continua a cantare, come un’assenza che continua ad essere rammemorata e custodita dalla vita stessa. Il corpo dellaGrande Madrenon è solo ventre della vita ma anche tempio della morte.

Pensiamo a come si costituisce la trama diveniente della musica, alla continua alternanza tra suono e silenzio. Con una certa superficialità pensiamo al suono come ciò che si oppone al silenzio, così come apparentemente il pieno si oppone al vuoto, ma le cose non stanno così nella musica. Non vi è infatti reale opposizione tra suono e silenzio, non vi è mai vera cesura, qualcosa del suono, infatti, continua a risuonare nel silenzio, così come quest’ultimo prepara ciò che avverrà. Il silenzio è già l’inizio di ciò che risuonerà, e ciò che poi suonerà porterà con sé il silenzio della sua attesa, la memoria dell’attesa del suo slancio. Quando nella sala di un concerto “risuona” il silenzio, sentiamo l’eco del suono che si è compiuto ed è come se lo spazio sonoro avesse memoria di ciò che è risuonato. In fin dei conti, cos’è la memoria se non l’eco di ciò che è accaduto? Questa eco non risuona però solo nello spazio cavo della sala, ma ancora di più nello spazio interiore dell’ascoltatore. L’attesa del nuovo slancio del suono musicale accade propriamente dentro di noi, come se noi fossimo ad un tempo coloro che custodiscono la morte di un suono e coloro che attendono la nuova vita del suono che avverrà. Suono e silenzio sono due aspetti imprescindibili della vita della musica: se è vero infatti che quest’ultima è una trama diveniente di suoni, è vero anche che è una trama diveniente di silenzi. Nel gioco della costante dis-velatezza del suono si nasconde la velatezza del silenzio, come nel rapporto originario e indissolubile trakósmosecháos. In quei straordinari momenti di silenzio delle grandi opere musicali si nasconde un aspetto profondo e ancestrale del suono, qualcosa che ci inquieta e allo stesso tempo satura il nostro spettro emotivo. Immaginiamo quello che ci accade quando trascinati nell’ascolto della trama sonora, irrompe come uno squarcio il silenzio, il nostro essere si fa cavo e allo stesso tempo vibra delle emozioni esperite e dell’attesa di ciò che avverrà; ebbene quel silenzio non è semplicemente assenza di suono, anzi forse è un suono ancora più assordante, un suono metafisico, eppure per noi reale quanto il suono concreto.

Forse proprio l’imprescindibile legame tra suono e silenzio ci può dire qualcosa di essenziale del legame tra vita e morte dei suoni della Terra. La vita muore, la morte rimane nella vita. Ogni vita segue un cammino inesorabile verso la morte, ma la morte non è mai la perdita totale della vita che si spegne. C’è qualcosa che trattiene la morte nella vita, qualcosa che impedisce alla vita morente di perdersi definitivamente nell’oblio. Questo “qualcosa” è la vita stessa che trattiene la morte, che allunga le sue amorevoli mani verso la vita che cade nell’oblio. Trattenere la morte nella vita è il compito dei nostriricordi. Cosa significa ricordare? Letteralmente vuol dire trattenere nel cuore ciò che dilegua, amare l’assenza di ciò che è andato, lasciandolo vivere dentro di noi. In fin dei conti siamo noi i veri templi della morte, non vi è, cioè, tomba più autentica di noi stessi rispetto a quello che abbiamo perduto. Forse il fenomeno ancestrale della tumulazione dei morti deve essere pensato a partire dalla forza vitale del ricordare, noi seppelliamo i morti perché li ricordiamo, e in tale atto rafforziamo il ricordo, gli diamo un luogo fisico come legame con un luogo psichico, la nostra memoria. Solo grazie a quest’ultima l’assenza rimane presenza, il silenzio rimane suono.

In questo trattenere nella presenza ciò che è assente si articola un aspetto essenziale della trama amorosa: amare una persona significa sempre fare della sua assenza una mancanza rammemorante, facendo risuonare nel silenzio la sua voce, nell’assenza il suo corpo. Quando due amanti pronunciano l’espressione “mi manchi”, stanno dicendo che la loro momentanea assenza è un vuoto che “si esprime”, una mancanza che “risuona”. L’amore è un donare all’altro la propria mancanza, è desiderio di desiderio, cioè di fare della propria assenza una presenza desiderata, ed è solo a questa condizione che il ritorno dell’incontro di due amanti può essere una “festa” d’amore. In tal senso, l’amore è forse il sentimento più autenticamente terrestre che ci sia.

La Terra sostiene i suoni e custodisce i silenzi.

Ma cosa accadrebbe se un meteorite schiantandosi sulla Terra determinasse la fine della vita? Semplicemente non accadrebbe nulla. Questo accadimento non avrebbe la possibilità di avvenire, perché di esso non ci sarebbe nessun ricordo, nessun cuore tratterrebbe la vita che è caduta nell’oblio. La vita non ha memoria della morte, ma solo della vita che muore, nel senso che la vita trattiene nella vita ciò che muore, così come il silenzio trattiene nella vita il suono che muore. Ma quando la vita non è più in grado di trattenere la morte nella vita stessa, allora la morte svanisce e con essa la vita che rammemora se stessa. Se un giorno un evento catastrofico globale dovesse accadere, franconno le pietre a lasciare traccia invisibile della vita. Eppure…eppure questa traccia risuonerà solo se sarà accolta dalle mani curiose e amorevoli di una vita altra. Solo a questa condizione si potrà sempre dire che nulla è mai veramente perduto.

Francesco Cardone

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