Da migliaia di anni l’homo sapiensha perduto il suo originario carattere nomade, progressivamente ha fondato un abitare stanziale, costruendo città, templi, nodi commerciali. Tale abitare è stato possibiliin primisgrazie alla scoperta dell’agricoltura, trasformando l’originario raccoglitore-cacciatore in un coltivatore-allevatore. Si tratta forse della più grande rivoluzione dell’uomo, così radicale da fondare una nuova cultura umana, una nuova prospettiva sul senso delle cose e degli uomini. La stessa scrittura è l’eco di tale fondazione, in fin dei conti le nostre città sono un modo in cui l’uomo ha iniziato a “scrivere” la terra, a disegnare confini, a separare il sacro dal profano, a definire i confini della proprietà. E le arti hanno seguito questo corso di eventi: l’architettura, la scultura, la pittura e la poesia testimoniano, tra le tante cose, la progressiva volontà di una fondazione dell’abitare umano, esprimono cioè la volontà di trovare un senso “stabile” della vita umana.
Eppure…eppure qualcosa di enigmatico rimane celato nella musica, nella sua natura fluida e mai del tutto stabile. Tutte le forme d’arte, diverse dalla musica, tendono a insediarsi nello spazio e ne diventano una sorta di polo gravitazionale, determinano una rete di relazioni, stabiliscono confini, assicurano una leggibilità dello spazio-mondo grazie anche al loro stare lì, come monoliti dello spirito umano, crocevia del cammino dell’uomo. La musica invece non è mai qualcosa di stabile, che sta “lì” a nostra disposizione, ma è essa stessa un cammino che ci spinge a seguire il suo corso. Anche la scrittura, per quanto abbia profonde consonanze con la musica, ha un carattere stabile, invece nella musica che risuona nello spazio e nel tempo tutto assume un’altra natura. I suoni fluiscono attorno a noi e, costantemente, dopo il loro apparire, cedono il passo ad altri suoni, che possono certamente ritornare, ma, appunto, dopo un lungo o breve “percorso”.
Questo significa allora che la forma d’arte che conserva sempre il carattere nomade dell’abitare dell’uomo è proprio la musica, arte nomade per natura. Nomade, in primo luogo, perché il “modo” in cui la musica sempre si manifesta è quello di un perenne fluire di suoni, come un fiume in continuo movimento che avvolge lo spettatore e lo trasporta in questo turbinio sonoro. In secondo luogo, la musica è arte nomade perché precede la scrittura e appartiene alla tradizione orale delle prime popolazioni nomadi della terra. È senz’altro vero che anche la scrittura proviene dall’oralità, il punto però è che mentre possiamo sempre leggere nel silenzio un testo scritto, non vale la stessa cosa per la musica. Quest’ultima esiste solo quando risuona nello spazio e nel tempo. Nella partitura noi possiamo “vedere” la struttura di una composizione, ma altra cosa è il suo risuonare e il conseguente ascolto di un’opera musicale. Ed è proprio in questo risuonare che si conserva la natura primitiva della musica, il suo gesto originario. In terzo luogo, la musica è arte nomade perché mette in gioco una forma di ricezione che è essa stessa nomade. Quando ascoltiamo un’opera musicale ci lasciamo visitare da lei, accogliendo il fluire dei suoi suoni, siamo noi stessi trasportati dal suo movimento, come una nave che si lascia trasportare dal vento, mite in alcuni momenti e irruento in altri. In effetti, lasciarsi visitare dalla musica non vuol dire semplicemente lasciare che la musica ci riempia l’animo, ma vuol dire anche e soprattutto lasciarci trasportare dalla sua voce. Una sorta di doppio movimento si cela nell’ascolto: da una parte la musica è in noi, e ci riempie come delle anfore, dall’altra noi siamo dentro la musica, come un fiume che trasporta quelle stesse anfore. In quarto luogo, la musica è arte nomade perché alimenta in noi la parte propriamente nomade della nostra esistenza: le emozioni.
Proviamo allora ad indugiare sul rapporto tra musica e nomadismo a partire dall’indissolubile rapporto tra musica ed emozioni.
Un’emozione qualsiasi ci trasporta, ci altera, ci muove in direzioni spesso incontrollabili. Indipendentemente dalla natura dell’emozione, può essere un’emozione di gioia o di rabbia, rimane comunque la sensazione di non essere padroni di noi stessi. Le emozioni le sentiamo come dei flussi di sensazioni che non inneschiamo noi, semmai sono “loro” che ci travolgono, modificando ogni aspetto del nostro corpo e della nostra espressione; non a caso, si parla di moti dell’anima. Il punto però è capire, quando diciamo “moti dell’anima”, se tali moti siano causati dalla nostra anima oppure se siano loro a causare gli stati dell’anima. Indipendentemente dalla natura del genitivo insito nell’espressione moti “dell’anima”, rimane chiaro che se da una parte le emozioni determinano un aspetto della nostra persona, dall’altra tale aspetto non è deciso da noi stessi, perlomeno non in modo cosciente. Come dei fiumi sotterranei insiti nella nostra natura psicosomatica, le emozioni si accendono da accadimenti che non siamo noi a controllare. La rabbia, ad esempio, accade non perché “decidiamo” di arrabbiarci, ma perché un evento esterno attiva la nostra rabbia. Certo noi diciamo la “nostra” rabbia, eppure non si tratta del possesso di un’emozione, così come il vento che trasporta una nave non è un possesso di quest’ultima. Ripetiamolo, la rabbia che proviamo in determinati momenti è certamente la “nostra” rabbia, ma non è un’emozione in nostro possesso. Questo perché, per noi educati da una civiltà fondata sulla proprietà, possesso significa sempre possesso di qualcosa che possiamo “controllare”. Ma proprio il non controllo delle nostre emozioni fa sì che esse, pur essendo nostre, non siano una nostra proprietà.
Cosa ha a che fare la natura delle emozioni con il tema del nomadismo? Forse tutto! Le emozioni scorrono nel nostro corpo, vibrano in noi come onde concentriche che si generano sulla superficie di un lago perturbato da un sasso. Eppure il sasso non è stato lanciato da noi, semmai noi siamo quel lago che è sempre nella condizione di essere perturbato.
Si è detto più volte che le emozioni sono dei flussi di sensazioni che scorrono in noi e di cui non ne siamo padroni, ma non è forse questa l’esistenza di una comunità nomade? Anch’essa è paragonabile ad un flusso che attraversa l’ambiente in cui migra e ne modifica temporaneamente la natura. Il carattere nomade delle nostre emozioni, però, non si ferma a questo semplice spunto di riflessione.
Si è detto che le nostre emozioni ci caratterizzano sempre ma non sono destinate a perdurare costantemente. Noi non siamo sempre arrabbiati, così come non siamo sempre gioiosi (sic!), sono dei flussi energetici psicosomatici che ci attraversano per poi defluire quando un’altra emozione subentra, come ad esempio la calma che fa evaporare la rabbia precedente. Proprio in questo costante defluire delle emozioni possiamo notare la netta contrapposizione tra nomadismo e sedentarismo. Una comunità nomade attraversa un ambiente senza insediarsi in esso, una comunità sedentaria invece si radica in quell’ambiente modificandolo in modo profondo. Nessuna nostra emozione è originariamente destinata a radicarsi in noi. È senz’altro vero che ci possono essere delle persone più rabbiose di altre, ma quest’emozione non caratterizzerà l’intera esistenza, solo in effetti in situazioni particolarmente patologiche può accadere che un’emozione cerchi di colonizzare perennemente la vita di una persona. Nella maggior parte dei casi le emozioni sono in costante movimento. Ed è qui che possiamo notare la grandezza di un pensatore come Spinoza. Ogni emozione infatti non è destinata a defluire perché la nostra ragione semplicemente prende il controllo e ne affievolisce il carattere perturbante. A ben vedere è sempre un’altra emozione che si sostituisce alla precedente. La rabbia non si affievolisce semplicemente perché la nostra ragione riesce a controllare l’emozione; ci può essere anche quest’aspetto, ma è solo quando un’altra emozione inizia a risuonare in noi che la rabbia tende a svanire. Oppure possiamo trovarci nella situazione in cui ad una precedente emozione se ne sovrapponga un’altra, come due colori che si mischiano creando un tono cromatico particolare, paragonabili a due treni di onde concentriche che sulla superficie di un lago si sovrappongono: si pensi all’esempio di una dolce nostalgia che intreccia la gioia di un momento passato della nostra vita con la tristezza per aver perduto quel momento di gioia. Ciò che rimane costante è il non possesso di questo vasto spettro di emozioni, il senso di nostalgia, appunto, può scaturire percependo casualmente un oggetto, un volto, un profumo, un gusto o un suono che ci catapulta in un momento meraviglioso del nostro passato, suscitando emozioni contrastanti, come gioia e tristezza per quello che abbiamo perduto.
Il punto è che non siamo noi a “decidere” di provare tali emozioni, esse scaturiscono da qualcosa che ci accade. Indipendentemente da quello che pianifichiamo razionalmente, come un contadino che può preparare il terreno per la semina, tutto quello che poi accadrà a quel terreno non sarà mai sotto il suo controllo, non potrà decidere della pioggia, della siccità, delle stagioni, della fauna che attraverserà quel terreno. Il contadino potrà radicarsi in quel terreno, eppure non potrà mai radicare ciò che lo attraversa. Uscendo da questa metafora, potremmo allora dire che così come le emozioni rimarranno per noi dei flussi energetici mai veramente controllabili, allo stesso modo ogni forma di sedentarismo che voglia eliminare l’incertezza dei flussi nomadi che sempre attraversano quello spazio o che rimettono in movimento elementi che pensavamo fissati una volta per tutte, come il cammino di un figlio che si allontana dall’ambiente familiare, sarà sempre destinata al fallimento. Nessuna forma di sedentarismo, culturale o civile, potrà mai imbrigliare la vita nomade, e questo forse semplicemente perché questa forma di vita esprime ciò che siamo realmente, non solo la nostra natura, ma più semplicemente esprime la natura stessa come l’ambiente in cui sempre fluisce la vita.
Possiamo allora ritornare al rapporto tra musica e nomadismo attraverso i risultati appena raggiunti.
Si rimane particolarmente colpiti da come la musica, a differenza di altre forme d’arte, occupi un’estesa presenza all’interno della nostra vita. Non sempre le persone godono di una mostra d’arte, osservano con piacere un complesso architettonico che attraversano camminando, eppure ascoltano costantemente musica. Le occasioni dell’ascolto possono essere tra le più disparate, da un concerto di musica classica fino al ritornello che sentiamo provenire da uno spot pubblicitario. La qualità dell’ascolto può essere ovviamente molto diversa, rimane però costante la presenza della fruizione attiva o passiva della musica.
Perché tutto questo? Cos’è che rende la musica così costante nella vita di tutti noi? Ha a che fare con l’indissolubile rapporto che sussiste tra musica ed emozioni? Dipende dal fatto che si tratta di un’esperienza che accompagna la nostra esistenza fin dal battito del cuore di nostra madre? Oppure sarebbe più opportuno considerare i due aspetti in modo intrecciato se vogliamo arrivare al nocciolo della priorità della musica rispetto alle altre forme d’arte. L’intreccio è giustificato dal fatto che la situazione emotiva e la primitiva esperienza sonora del mondo, a partire dal periodo intrauterino, dicono lo stesso: noi percepiamo emotivamente a partire da un mondo di suoni che ci avvolge fin da quando eravamo nel ventre di nostra madre. Non è quindi semplicemente il suono ad essere un aspetto originario della nostra esistenza, semmai è il suono che emotivamente dispone il nostro animo. Questo intreccio conferma ulteriormente il modo in cui suoni ed emozioni sono da noi vissuti, una medesima dinamica caratterizza questi due aspetti essenziali della nostra esistenza.
La nostra connaturale disposizione a percepire secondo un tono emotivo e l’originaria esperienza di un mondo ritmico e musicale ci conferma che la musica ha una sua peculiarità originaria nell’esperienza umana. Tale peculiarità si svolge secondo un carattere prettamente nomade. Nell’ascolto noi ci facciamo visitare dalla musica, lasciamo che essa scorra dentro di noi e allo stesso tempo siamo noi trasportati dal suo fluire. Tale fluire si colora delle nostre emozioni, che sono il più congeniale disporsi alla musica. Come il diffondersi della musica, le “nostre” emozioni si propagano in noi come onde che ci avvolgono e ci trascinano secondo il loro “tono” emozionale.
Questo carattere coinvolgente della musica non riguarda, però, solo la nostra sfera emotiva, ma incide anche sulla nostra sfera cognitiva. Nel mentre la musica si svolge attorno a noi, scopriamo nuove proporzioni, riconosciamo frasi musicali che si richiamano a vicenda, apprezziamo l’armonia dell’intera opera musicale che si disvela in ogni momento della sua vita sonora, comprendiamo musicalmente nuovi modi di abitare la terra, nuovi modi di risolvere conflitti e, allo stesso modo, capiamo che proprio il conflitto può essere un’occasione di evoluzione della vita quando non tende alla mera distruzione, semmai quando rende possibile armonie di nuovi e risonanti mondi.
Ma la musica non è solo melodia e armonia, è anche ritmo. Ed è qui che troviamo un altro aspetto del coinvolgimento della nostra esistenza nell’esperienza nomade della musica, quello della nostra corporeità. Le vibrazioni pulsanti della musica mettono in moto il nostro corpo che entra in fase con il ritmo dei suoi suoni. Letteralmente la musica ci mette in cammino, ci induce a far sì che il nostro stesso corpo diventi il veicolo attraverso cui la musica fluisce nel mondo-ambiente. Certo, in una sala da concerto, rimanendo seduti, difficilmente possiamo lasciare che i nostri corpi seguano liberamente il pulsare della musica, eppure con grande difficoltà riusciamo a trattenere questo trasporto corporeo, qualcosa del nostro corpo si muove quasi sempre con la musica, come la nostra testa che oscilla con il ritmo dei suoni che ascoltiamo. In un modo o nell’altro il corpo non rimane mai indifferente al pulsare della musica.
Emozioni, intelletto e corpo sono i modi attraverso cui l’intero nostro essere è trasportato dalla musica. Ma trasportato dove? C’è una meta del percorso musicale? O dovremmo affermare più verosimilmente che nella musica l’autentica meta è il percorso stesso? In effetti, se considerassimo la “meta” dell’opera musicale il momento finale dove l’opera finisce di vibrare, dovremmo concludere che la meta è la morte della musica. Un qualsiasi dipinto sta lì di fronte a noi, la sua compiutezza è visibile in tutte le sue parti che sono presenti contemporaneamente nell’opera, semmai siamo noi che ci muoviamo in essa mediante il nostro vedere che si perde nei particolari per poi ritornare all’intero; invece una qualsiasi opera musicale “sta lì” di fronte a noi solo quando fluisce nel tempo e nello spazio. Non ascoltiamo mai l’intera opera contemporaneamente, ma solo momenti che si succedono tra di loro, dunque la natura della musica non è quella di essere, semmai di divenire. Anzi si potrebbe affermare che solo perché la musica diviene “è” ciò che è, nel senso eracliteo che è il divenire della musica a determinare il suo essere. È dunque il carattere instabile e diveniente della musica che determina il puro e semplice essere di essa. Ma questo allora conferma che la musica è per eccellenza una forma di arte nomade che ci riporta ad una sorta di forma di vita ancestrale, quella in cui l’umanità era una specie nomade in perenne cammino. Si tratta ovviamente di un nomadismo virtuale (sonoro), eppure coinvolge gli aspetti più specificamente umani del nostro essere: emozioni, intelletto e corpo.
Forse un giorno scopriremo che la musica suscita in noi un benefico stato nostalgico legato alla gioia inquieta di poterci di nuovo perdere in un cammino di vita per ritrovarci costantemente dentro e fuori noi stessi, di cogliere come l’abbandono non sia una resa ma la più significativa forma di apertura che la nostra esistenza possa esperire nella vita. Così come i nostri ancestrali antenati nomadi facevano esperienza del mondo fluendo in esso e si scoprivano in questo fluire, allo stesso modo noi possiamo fluire nel corso di un’opera musicale e scoprire noi stessi.
Francesco Cardone




