Da secoli, la relazione tra potere e creatività ha influenzato profondamente l’esistenza dell’uomo, generando di conseguenza una riflessione filosofica. Quando si affronta questo tema, è essenziale considerare che il termine “potere” può assumere due significati distinti: da un lato, esso può manifestarsi come un esercizio di controllo sulla creatività; dall’altro, può rappresentare un potere intrinseco alla stessa creatività, capace di innescare un processo di liberazione. Si potrebbe dunque parlare di una relazione tra un potere che si articola come strategia del controllo e una creatività che si manifesta come dinamica di liberazione, delineando così un legame irrisolvibile tra controllo e libertà.
Eppure, questa relazione è molto più intrecciata di quanto possa apparire in superficie. L’intreccio consiste nel fatto che ogni processo di liberazione si sviluppa sempre all’interno di un quadro di potere e di ordine sociale. Non si può dunque concepire, da un lato, un potere che controlla e, dall’altro, un potere che crea, come se fossero due piani indipendenti in una battaglia inconciliabile. Il processo di liberazione dell’atto creativo nell’arte e, nello specifico, nella musica, prende forma all’interno di un determinato contesto sociale, incastonato nelle maglie di un potere che controlla. Non importa che si tratti di un regime politico arcaico, classico, medievale, moderno o contemporaneo: in ogni epoca, il potere creativo dell’uomo si è sempre espresso entro confini più o meno rigidi imposti dal potere dominante, cercando nel contempo di infrangerli, sia per necessità che per volontà; basterebbe in tal senso far riferimento all’anelito di libertà che emerge nell’illuminismo musicale di Mozart durante il periodo del dispotismo illuminato dell’impero asburgico, o alla furiosa volontà di emancipazione che vibra nelle sinfonie di Beethoven durante l’epoca della Restaurazione europea, o anche alla dissacrante emancipazione dei linguaggi musicali presente in modo scandaloso nelle avanguardie del XX secolo esattamente nel periodo della società di massa e dell’industria dello spettacolo.
A ben vedere, il rapporto tra il “potere che controlla” e quello “creativo che libera” presenta un ulteriore livello di complessità. Il potere creativo dell’arte si manifesta pienamente solo quando l’intuizione artistica subisce una trasformazione attraverso la quale la ragione ne rende comprensibile l’essenza. Come sostiene Hölderlin, il caos della creatività necessita di diventare“linguaggio comune”, di essere donato agli uomini secondo una forma condivisa, comprensibile per chi è disposto a vedere e ad ascoltare. Il punto centrale, dunque, è che non esiste soltanto un potere esterno che controlla, dal quale il potere creativo dell’arte e della musica si emancipa in modo anarchico, ma esiste anche una forma di controllo insita nel processo stesso della creazione artistica. Una sinfonia di Beethoven, ad esempio, non è solo il frutto geniale e visionario del compositore, ma anche il risultato di un talento affinato negli anni, in cui l’intuizione si traduce in un ordine coerente e il lampo artistico diventa prassi, scritta secondo canoni espressivi codificati dalla tradizione. È certamente vero che la prassi artistica tende a infrangere i codici espressivi ereditati, eppure quella tradizione rimane custodita nell’opera, trasfigurata attraverso la personalità artistica dell’autore.
Nonostante l’intreccio tra il potere che controlla e quello che crea, resta il fatto che il processo creativo genera sempre una sorta di benefica anomalia rispetto alla prassi ordinante del potere. L’arte, quando è autenticamente libera, si oppone a ogni tentativo di metabolizzazione da parte del potere dominante: essa apre spazi di libertà inattesi e impossibili da controllare. Questa anomalia è benefica perché il processo creativo dell’arte ci insegna che, nonostante le maglie soffocanti del controllo sociale, in ognuno di noi esiste la possibilità di liberare la nostra essenza più autentica, evitando di ridurci alla semplice copia anonima di un modello socialmente accettabile.
Ma se questo è vero, perché la società tende spesso a privilegiare surrogati della prassi artistica, piuttosto che un’arte scaturita da un autentico atto di libertà? Perché le persone assecondano più facilmente l’arte normalizzata dal potere che controlla, invece di quella che nasce da un processo creativo anarchico?
Se consideriamo la riflessione di David Hume sul concetto diabitudine, possiamo osservare che siamo spontaneamente inclini a fruire ciò che ci appare familiare, ciò che si ripete con costanza. La musica utilizzata nell’industria dello spettacolo, ad esempio, segue spesso canoni predefiniti, tonalità ricorrenti, frammenti melodici che si imprimono nella nostra mente proprio perché simili tra loro. Al contrario, l’ascolto di un’opera musicale d’avanguardia, o di un autore che considera la propria creazione non un mero prodotto di schemi codificati dalla cultura di massa, ma l’espressione diretta dei suoi moti interiori più profondi, genera un effettoperturbante (Unheimliche). Questa musica non si lascia addomesticare e richiede che l’ascoltatore abbandoni la prassi abituale del riconoscimento per immergersi nel magma sonoro senza reti di protezione.
Forse è proprio qui che risiede la differenza traarte addomesticataearte libera: la prima richiede un’adesione ai canoni espressivi già noti, mentre la seconda esige un senso diabbandono(Gelassenheit), come se ci lasciassimo trasportare dal vento in mare aperto, senza sapere quale sia la meta. Questo abbandono ci perturba, ma al tempo stesso ci attrae: è lo specchio della nostra dimensione più profonda, quella che si cela dentro di noi e che, quando emerge, scuote le nostre certezze e infrange i modelli sociali precostituiti.
Ecco, dunque, il nodo essenziale del rapporto insolubile tra potere che controlla e potere creativo che libera. Noi aderiamo spesso al potere che controlla non solo perché ci appare rassicurante e abituale, ma anche perché esso nasconde la dimensione più inquietante del nostro essere, fungendo da analgesico contro il caos che ci abita e che non può mai essere del tutto addomesticato. Il potere creativo che libera èrivelativo e non semplicemente formativo: esso porta alla luce ciò che si cela nelle profondità del nostro essere. Ma chi è davvero disposto a guardare oltre le proprie maschere sociali per scoprire ciò che di“mostruoso”si nasconde nelle pieghe più oscure e anarchiche della propria anima (sic!)?
Proviamo allora a chiarire meglio il termine“mostruoso”, appena evocato, e a collegarlo alla prassi creativa dell’arte che libera. La parola“mostro”deriva dal latinomonstrum, che significaprodigio, portento. Seguendo le ricerche di Giovanni Semerano sull’origine accadica delle lingue europee, possiamo collegare il termine “mostro” alla parola accadicamuselûm, traducibile come“evocatore di spiriti, colui che fa emergere”. Il “mostro”, dunque, è ciò che si rivela e affiora dall’oscurità, senza alcuna connotazione negativa originaria. Essere mostruosi significa portare alla luce i propri prodigi più nascosti, abbandonare l’abituale e accettare l’unicità del proprio essere, anche a costo di perturbare sé stessi e gli altri. In conclusione, forse è proprio questo che l’arte ci insegna: nel profondo, siamo tuttimeravigliosi mostridestinati a perturbare l’ordine abituale del potere che controlla, arricchendo però lo spettro visivo e acustico del mondo mediante i colori e i suoni dell’arte che, a ben vedere, sono lo specchio dei possibili colori e suoni che si celano dentro ognuno di noi. Credo che sia proprio nell’arte che possiamo trovare la più eminente prassi della maieutica socratica, grazie alla quale possiamo fare emergere il mostruoso che ci abita e che, quando risplende, rende il mondo un luogo più ricco e più libero.
Francesco Cardone




