Abitare i suoni della Terra XXI – Il suono del silenzio e il silenzio del suono

Siamo veramente certi di sapere cosa sia il suono e cosa sia il silenzio? È sufficiente affermare che il suono è una vibrazione periodica di un mezzo e il silenzio l’assenza di tale vibrazione? Non dovremmo forse pensare che proprio nel suono si celi qualcosa di non udibile, così come nel silenzio sia custodita una vibrazione silenziosa?

Già in altri articoli ho parlato del rapporto indissolubile tra suono e silenzio, tra vita e morte. Si tratta adesso di approfondire questo rapporto, di cogliere che forse nella “differenza” tra suono e silenzio si nasconde il segreto della musica stessa.

Ma in che modo procedere?

Ci capita spesso di chiacchierare del più e del meno, di emettere dei suoni senza però dire nulla di significativo, come una sorta di rumore. Allo stesso modo, ci capita di condividere con le persone momenti di straordinario silenzio che sono pieni di significato, come se in quei silenzi vibrassero parole non dette eppure presenti. Il suono può, in tali dinamiche, essere la presenza di un’assenza, così come un’assenza può essere l’assenza di una presenza nascosta.

Se provassimo a indugiare nella dinamica tra presenza e assenza, potremmo forse cogliere come questa differenza sia più sottile di quello che appare: una differenza porosa, piena di fenditure in cui i due termini tendono a confondersi l’uno nell’altro. Si potrebbe parlare di una presenza dell’assenza e di una assenza della presenza, così come si potrebbe parlare del suono del silenzio o del silenzio del suono.

Serve però un incipit per potere iniziare questo percorso di avvicinamento tra suono e silenzio.

Proviamo allora ad ascoltare i significati che si celano in queste due parole.

La parola suono deriva dal latino “sonus” che possiamo tradurre con “esalto”, “faccio sentire”. Una corrispondente parola accadica “šum” richiama alla “fama”, “esaltazione”, “nome”. Possiamo inoltre fare riferimento alla parola accadica “šumu” che possiamo tradurre con “ascoltare”, “percepire”, quindi nel latino sonus non c’è solo il mostrare qualcosa di sonoro ma anche l’ascolto di ciò che risuona. La parola greca corrispondente al suono è φωνή che traduciamo con “voce” e nella cui radice risuona anche il “mostrare”. Nella φωνή risuona la voce della “bocca”, l’apertura da cui emerge il suono che mostra.

La parola silenzio deriva dal latino “silentium” la cui radice “sileō” rinvia al “tacere”, la corrispondente parola accadica “salālu” possiamo tradurla con “stare quieto”, “riposare”, “calma”, il silenzio, quindi, non è semplicemente assenza di suono, ma un atteggiamento di chi tace. Il corrispondente greco σιγή rinvia sempre al “tacere”. Tacere implica un nascondere, un custodire nella quiete, un velare.

C’è una parola che può raccogliere questa doppia dinamica del mostrare e del velare? Certamente! Si tratta della parola “verità” in greco, ossia ἀλήθεια, dis-velatezza. Ogni disvelatezza porta con sé un velamento, un nascondimento. Il suono che disvela custodisce la sua provenienza silenziosa; il silenzio, a sua volta, custodisce il suono da cui sgorga, così come la “bocca” è l’apertura da cui proviene la voce. Questo significa che la radura (Lichtung) del suono è nel contempo la radura del silenzio.

Ma se tutto rimanesse su questo piano, cosa avremmo veramente compreso del suono e del silenzio? Non sembra il nostro discorso girare a vuoto? Non rischiamo di imitare discorsi vacui, privi di un reale riferimento a un’esperienza possibile? Possiamo realmente ascoltare nel suono il silenzio e nel silenzio il suono?

Per rispondere a queste domande e fornire una possibile e concreta via per comprendere un’esperienza di questo tipo, proviamo a descrivere alcuni aspetti insiti nell’ascolto.

Quando, ad esempio, due amanti si vedono negli occhi e uno dei due dice all’altro “ti amo”, cosa risuona di non detto in questa frase? Semplicemente un mondo di rimandi, un mondo di significati nascosti…eppure sono lì e risuonano “silenziosamente” in quel “ti amo”. Quel mondo di rimandi non è semplicemente lo spettro semantico che vibra assieme al “ti amo”, non si tratta di far risuonare i sinonimi di quella breve e intensa frase, ma ancora di più di far vibrare le innumerevoli esperienze dei due amanti che sono custodite in quella frase. Quel “ti amo” risuona in modo diverso a partire dall’unicità dei due amanti e dall’unicità del loro rapporto. Nel “ti amo” risuona l’unicità della bolla esistenziale di lui, di lei e del loro rapporto. Tre sono le sfere di propagazione di quel “ti amo”, dove la terza è l’intersezione delle prime due sfere, ma non è semplicemente la “somma” delle due sfere, è qualcosa di diverso, qualcosa che ha a che fare con la dinamica dell’evento (Ereignis), qualcosa che rivela le prime due sfere e ne diventa il baricentro di una loro possibile crescita assieme. Al di là dei possibili significati che quel “ti amo” possa custodire, quando è un “ti amo” sincero, sentito, vero, ebbene in quel “ti amo” non c’è solo il “ti amo” nei confronti dell’altro, ma anche nei confronti della loro relazione e quindi anche nei confronti di se stessi. Di primo acchito sembra un “ti amo” singolo, ma in realtà è sempre un “ti amo” collettivo, qualcosa che non si ferma ad una singola esistenza, ma coinvolge e fa vibrare le due esistenze assieme all’esistenza collettiva della loro relazione, ossia la bolla esistenziale dei due. Se amo veramente l’altro, amo contemporaneamente la mia relazione con lei e io stesso in questa relazione. Nel “ti amo” risuona: “ti amo”, “amo la nostra relazione” e “amo me stesso in questa relazione con te”. In un’espressione come “ti amo” si cela molto di più del semplice “amo te”. Eppure questo celare non è nella forma di un voler nascondere qualcosa a qualcuno, ma di uno sfondo silenzioso che rimane presente nel “ti amo” anche se non risuona direttamente, come una sorta di coro che rimane celato ma allo stesso tempo presente nel canto di una singola voce.

E se quel “ti amo” non fosse sincero? E se quel “ti amo” fosse solo una bugia che nasconde un falso amore? Non dovremmo dire anche qui che un mondo di rimandi si cela e allo stesso tempo vibra in quel “ti amo”? Certamente. In questo caso avremmo, ad esempio, un “ti amo” che nasconde un “non ti amo”, “non amo la nostra relazione” e “non amo me stesso in questa relazione con te”. A ben vedere allora non cambierebbe il senso di questo indissolubile rapporto tra suono e silenzio, anzi paleserebbe come in un suono, una parola o una frase, si nasconda altro dal semplice suono espresso. L’espressione allora non è mai semplicemente l’espressione di qualcosa, ma sempre l’espressione di un mondo di rimandi che si manifesta “silenziosamente” in quel singolo suono e che quindi “singolo” non lo è mai veramente. Hegel affermava che il finito come tale non esiste mai, ma nel finito “realmente” si manifesta sempre l’infinito.

E se invertissimo il rapporto tra suono e silenzio, ossia silenzio e suono, cosa implicherebbe?

Immaginiamo sempre i due amanti l’uno di fronte all’altro. Non si dicono nulla, nel più profondo silenzio semplicemente si guardano, si scrutano, i loro occhi seguono il profilo dei loro corpi, si immergono in una sorta di meditazione sensoriale, semplicemente stanno lì e vivono, sentono, assaporano la loro presenza. Ebbene, cosa risuona in quel silenzio? Anche qui, non possiamo dire altro che in quel silenzio risuona un mondo di rimandi, un mondo di non detti che echeggiano in quel silenzio. E varrebbe la stessa cosa anche se uno dei due amanti fosse nel silenzio con l’altro sapendo di non amarlo? Certamente, anche in questo caso non cambierebbe la risonanza celata di quell’esperienza.

Questi esempi ci dicono che nel suono c’è molto di più di quello che ascoltiamo in superficie, non solo questo però: nel suono non semplicemente si cela altro da quello che esprime immediatamente, ma proprio quello che esprime in superficie è il silenzio di ciò che cela. Non c’è semplicemente il suono assieme al silenzio che custodisce, semmai il suono “è” il silenzio che custodisce.

Cosa implica però questo? Cosa significa affermare che il suono è il silenzio? La proposizione “il suono è il silenzio” non dice semplicemente che il silenzio è “nel” suono, come se il suono celasse una sorta di spazio vuoto al suo interno; ma, allo stesso tempo, non dice neppure che il suono è uguale al silenzio. Usando il plesso concettuale heideggeriano, potremmo affermare che il suono e il silenzio sono il medesimo, nel senso che appartengono ad un medesimo evento che li tras-propria l’uno nell’altro. Il suono è suono solo perché si rapporta al silenzio, così come il silenzio è tale perché si riferisce al suono.

Per capire quest’intreccio costitutivo tra suono e silenzio, possiamo provare ad addentrarci nell’esperienza musicale.

In una composizione i suoni si succedono e si sovrappongono. Nella musica, in effetti, sono in gioco diversi punti di vista, ossia il piano melodico, armonico, ritmico e timbrico. Ma dove troviamo “spazio” per il silenzio? Semplice, dappertutto.

Proviamo allora a far emergere il rapporto tra suono e silenzio analizzando le quattro dimensioni della musica per poi unirle in un’unica esperienza globale dell’ascolto.

Il piano melodico mette in gioco la dimensione orizzontale della musica, i suoni si succedono nel tempo, durano per qualche istante e poi cedono il passo ad altre note, ad altre vibrazioni musicali; qualcosa appare e poi tramonta, mentre sorge qualcos’altro. Si tratta appunto di un succedersi degli eventi musicali nel tempo. Dove sta qui il silenzio? Dove troviamo l’indissolubile rapporto tra suono e silenzio tale da poter affermare che il suono “è” silenzio? Si è detto che i suoni si succedono, ma cosa accade in questo succedersi di suoni? In un tempo adagio, un “la” alla terza ottava di un flauto risuona e cede il passo ad un “do”, poi subentra una pausa, per poi salire verso un “sol” e scendere verso un “fa diesis” fermandosi al “mi bemolle”, subentra di nuovo una pausa, e succedono tre note, “re bemolle”, “mi bemolle” che poi scende a “si bemolle”, ancora una pausa e altre tre note, “do” sale a “re” e poi scende a “la”.

Si potrebbe considerare una sorta di melodia esotica, che echeggia lo stile di Debussy. Dove sta qui il silenzio? Certo, la prima cosa che si potrebbe dire è che il silenzio sta nelle pause di questa successione di note. Se così fosse, allora l’affermazione “il suonoèil silenzio” non avrebbe senso, si dovrebbe semmai dire “il suonoeil silenzio”. La melodia, in effetti, non è altro che il succedersi di note e pause. Tutto qui. Ma siamo sicuri che sia tutto qui? La successione viene perlopiù pensata come una successione quantitativa, eppure qui è la qualità delle note che si succedono, nel senso che ogni nota dà alla melodia un colore particolare, questo colore non dipende dalle note in sé ma dalle relazioni che si costituiscono tra esse. Il “do” della successione “la-do” suscita una certa sensazione proprio perché succede a “la” costituendo un rapporto di terza minore. Il punto è che il “do” può suscitare una certa sensazione perché conserva nel suo risuonare il rapporto che ha con il “la” precedente, eppure quando sentiamo il “do” cessiamo di sentire il “la”, apparentemente accade questo, in realtà la relazione continua a risuonare nel nostro ascolto, diventa una nostra sensazione “reale”, come due cerchi concentrici che si intersecano sulla superficie di un lago. La maggior parte delle emozioni che le melodie suscitano in noi derivano da relazioni che risuonano nelle singole note, anche se ascoltiamo “nel tempo” nota per nota e mai contemporaneamente tutte insieme, esse si presentano a noi come un complesso di suoni che costantemente risuonano nelle singole note. Nell’esempio precedente il “do” dà al “la” un colore melanconico e poi, dopo una pausa, sale al “sol”, ad una quinta rispetto al “do”, dunque un colore più chiaro, eppure questo colore si raccorda al “la” di partenza, dunque si presenta come una “settima minore”. In sostanza nel “sol” risuonano due relazioni. Certo noi udiamo solo il “sol” eppure “sentiamo” qualcosa di molto più ricco, ossia sentiamo il “sol” in relazione con il “do” e con il “la”, “sentiamo” il loro silenzio. E poi dal “sol” parte un frammento melodico che scende al “fa diesis” e successivamente al “mi bemolle”. Tutto diventa enigmatico ed esotico. Si tratta di un fraseggio inaspettato, ma è tale perché conserva il movimento precedente. Poi il fraseggio “re bemolle”, “mi bemolle” e “si bemolle” rende la melodia dolce e sospesa. Tale sospensione viene approfondita con un movimento parallelo “do”, “re” e “la”, ritornando alla nota di partenza. È come se avessimo tracciato un cammino, ogni singolo passo costituisce un colore di questo cammino. Nel punto terminale della melodia risuona tutto il cammino, certo non nel senso fisico del termine. In effetti noi sentiamo “solo” l’ultima nota, eppure dentro di noi nulla è veramente perduto, la sensazione ha raggiunto il suo compimento, conservando tutti i momenti del cammino del nostro ascolto. Il suono allora qui non è semplicemente il suono di ciò che risuona in un dato istante, ma anche il suono del silenzio di ciò che avverrà e di ciò che è accaduto, il suono è la com-presenza del presente e dell’assenza della presenza, e tale com-presenza non è mai la semplice somma del suono presente e del silenzio di ciò che è accaduto, perché proprio il silenzio di ciò che è accaduto determina il senso del suono che stiamo in quel momento ascoltando, ne cambia il senso, il colore. È dunque la qualità del suono che muta, confermando che il suono “è” silenzio. Un’analisi puramente meccanicistica non potrà mai cogliere la complessità di quello che abbiamo ascoltato, ma la musica è esattamente questo modo di fare esperienza del suono nell’ascolto, e forse di qualsiasi suono esperito dalla bolla esistenziale umana.

Per la dimensione armonica della musica le cose non cambiano rispetto a quello che si è detto in precedenza. Il piano armonico riconferma l’indissolubile legame tra suono e silenzio non solo perché frequentemente l’armonia accordale di una composizione si sviluppa in successioni, in cui un accordo prepara quello successivo o in quest’ultimo risuona quello precedente, ma anche perché nel medesimo accordo i suoni singoli si confondono, si mescolano, come se fossero diversi colori che una volta mischiati tra loro diventano un altro colore, eppure i singoli suoni continuano ad essere lì, a suonare singolarmente. L’amalgama sonora che emerge, però, fa sì che il singolo suono non sia più se stesso. In certo senso la singolarità sonora si inabissa nella dimensione corale della musica e, allo stesso tempo, partecipa con la sua presenza perché quest’effetto corale possa emergere. Per cogliere questa dimensione basterebbe ascoltare un singolo suono di un accordo orchestrale e poi risentire lo stesso suono “dentro” l’accordo complessivo. L’effetto che ne conseguirebbe sarebbe molto istruttivo, perché ci farebbe capire quanto le cose prese singolarmente mutano quando sono in relazione ad altre. La relazione, in sostanza, trasforma la natura delle singole parti tra loro intrecciate per la semplice compresenza di tutte le voci in relazione tra di loro. La cosa interessante è che la singola voce risuona “dentro” l’accordo complessivo ma allo stesso tempo partecipa perché si realizzi questo “essere dentro” l’amalgama di suoni. È come risuonare dentro uno spazio acustico che ogni singolo suono costituisce, come se costruissimo attorno a noi uno spazio complesso in cui siamo dentro ma anche costruttori di questo spazio. Dove sta qui il rapporto tra suono e silenzio, tale da poter affermare che il suono “è” il silenzio? Semplicemente sta nel fatto che il singolo suono si inabissa nella sua pura singolarità e allo stesso tempo, proprio la sua particolarità, costituisce parte dell’accordo che emerge. Si ritrae come singolo suono, partecipando, contemporaneamente, al disvelamento dell’intero accordo. E questo partecipare si realizza in modo diverso da parte delle singole voci: uno strumento, ad esempio, potrebbe suonare con una dinamica più forte rispetto ad un’altra voce orchestrale, creando un particolare colore complessivo dell’accordo che muta non solo per le note suonate dai singoli strumenti, ma anche dai singoli timbri degli stessi e dalle diverse dinamiche di esecuzione delle stesse note. Si tratta di un’alchimia straordinaria, che trasforma costantemente la composizione e il suo effetto sonoro. Dunque ogni singola voce partecipa alla emersione dell’accordo e allo stesso tempo questo disvelamento richiede il silenzio della singola voce come “singola voce”. Nel senso che la singola voce perde la sua individualità sonora per diventare “parte” di qualcos’altro: dall’essere individuale all’essere particolare.

Per quello che riguarda il piano ritmico si può intuire facilmente come l’intreccio tra suono e silenzio ne costituisca un aspetto essenziale. Il pulsare ritmico del suono richiede per sua natura il continuo alternarsi tra suoni e silenzi. In questa dimensione troviamo forse l’intreccio più profondo tra il suono e il silenzio. In ogni organizzazione ritmica del suono troviamo la costante ripetizione tra suono e silenzio, tra forte e piano, tale da generare un pulsare che muove ogni cosa, che induce spontaneamente alla danza. Questo pulsare può essere anche poliritmico, dove diversi strati ritmici si intrecciano e si sovrappongono. Si potrebbe immaginare ad un’arte figurativa puntillistica fatta di punti (impulsi) e spazi vuoti (pause) che si susseguono o si sovrappongono, generando un movimento complesso, come le oscillazioni armoniche di tante molecole nello spazio, da cui scaturisce una forma di dialettica tra pieno e vuoto. Non ci sarebbe possibilità di generare un ritmo se il suono fosse continuo, senza interruzioni, senza silenzi. Nella dimensione ritmica della musica, l’affermazione che il suono “è” silenzio diventa evidente e imprescindibile. In fin dei conti, il corrispondente corporeo del ritmo, ossia la danza, è articolato da movimenti e pause, una sorta di pulsazione ritmica del corpo, come in effetti è il battito costante del nostro cuore.

In merito alla dimensione timbrica del suono, si può notare che, come nel piano armonico della musica, il suono si presenta sempre come un complesso di vibrazioni. Una qualsiasi nota di uno strumento non è mai costituita da una frequenza elementare, ma sempre da un complesso sonoro costituito dalla frequenza fondamentale e dalle sue armoniche. Apparentemente ascoltiamo una semplice nota, eppure l’udito sente molto di più. Se provassimo per un attimo ad ascoltare un “do” alla terza ottava suonata da un violino e poi la stessa nota suonata da un flauto, ci accorgeremmo che nel suono c’è molto di più di un semplice “do” alla terza ottava. In effetti sentiremmo la materia di cui questi strumenti sono fatti. Se le note di una composizione rappresentano la “forma” dell’opera, il suo profilo, i timbri ne sono i colori. In fin dei conti una qualsiasi composizione può essere pensata, ma più che altro ascoltata, come una sinfonia di timbri, di colori all’interno di una trama melodica, armonica e ritmica. Il punto è che un timbro sonoro è un complesso vibrazionale in cui l’ascolto mette in gioco due dimensioni: da una parte vi è l’intonazione, la nota che ascoltiamo, dall’altra la stessa nota la percepiamo come un colore fatto di infiniti filamenti vibranti. Noi però non “ascoltiamo” i singoli filamenti, le singole armoniche, le quali sono inabissate nel suono complessivo del “do” alla terza ottava dell’esempio, eppure se espandiamo l’ascolto sentiamo la ricchezza di quel suono, una ricchezza fatta di tanti filamenti, indistinguibili tra loro, eppure tutti partecipi di ciò che ascoltiamo. Anche qui allora nel suono “sentiamo” qualcosa di assente nella sua singolarità e, nonostante ciò, sempre presente: un’assenza presente che costituisce ciò che è presente. Il suono “è” silenzio, così come il silenzio “è” suono.

Nell’esperienza globale delle quattro dimensioni della musica appena descritte, sentiamo che il rapporto indissolubile tra suono e silenzio non solo non si è perso nell’intreccio dei diversi piani, ma anzi costituisce ogni aspetto di questa esperienza globale e la rende possibile. Se ci pensiamo bene, l’esperienza globale della musica viene sempre prima di una sua scomposizione nei piani sopra indicati. La musica è prima di tutto un’esperienza globale costituita dal costante intreccio delle sue dimensioni. In questa esperienza sonora “sentiamo” il suono e il silenzio, il suono costituito da innumerevoli silenzi, il silenzio come risonanza sonora, il suono come il riecheggiare di ciò che c’era, ma anche come l’attesa di qualcosa che non c’è ancora, il silenzio che scandisce la pulsazione del ritmo, il suono complessivo che racchiude le singole voci, così come ogni singola voce custodisce vibrazioni indistinguibili che rendono possibile la presenza di ciò che ascoltiamo e distinguiamo.

In conclusione, il suono “è” silenzio e il silenzio “è” suono. Forse è in questo intreccio originale che è custodito il segreto del suono e della musica, un segreto che è esso stesso silenzio e pur sempre silenzio sonoro. Non c’è mai stato da una parte il suono e dall’altra il silenzio, ma sempre la com-presenza di due volti dello stesso fenomeno originale e costantemente presente ogni volta che abitiamo i suoni della terra.

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