Abitare i suoni della Terra II – La caverna

La parola caverna deriva dal latinocavus, alla lettera “cavo, incavato, concavo”. Luoghi cavernosi però non sono solo quelli che troviamo dentro le viscere della terra, lo stesso ventre materno rientra nelle caratteristiche dell’essere cavernoso. Inoltre, il carattere dell’essere cavernoso non consiste solo in ciò che accogliendo protegge, in esso possiamo rintracciare un altro aspetto essenziale su cui bisognerebbe insistere molto, quello di essere una sorta di amplificazione di chi vi abita. In tal senso, si può senz’altro far riferimento a qualsiasi esperienza sonora che la caverna non fa altro che amplificare. Le onde sonore nello spazio aperto tendono, nella loro propagazione, a disperdersi, invece nello spazio cavo della caverna le onde sonore prodotte da una sorgente interna tendono a moltiplicarsi e differenziarsi, le frequenze si amplificano in modo esponenziale facendo emergere aspetti del timbro del suono-sorgente che difficilmente riusciremmo a percepire nello spazio aperto. Se pensassimo il nostro suono naturale, ossia il nostro canto, come la voce della nostra interiorità, la caverna potremmo pensarla come un’amplificazione di noi stessi, una protesi della nostra natura sonora. È difficile immaginare quale straordinaria sensazione i primi uomini che iniziarono ad abitare le caverne abbiano provato sentendo l’eco della propria voce nelle profondità delle viscere della terra.

L’eco è fondamentalmente un risuonare, una sorta di risposta alla voce originaria: è il coro terrestre della voce. Di per sé la caverna non è un oggetto sonoro, non ha un suo suono che naturalmente produce, ma è un riproduttore particolare di chi la abita, uno spazio cavo in attesa di visitatori sonori. Ecco allora una possibile interpretazione psicoanalitica della caverna: la caverna è un’amplificazione del nostro inconscio. 

L’inconscio non ha uno schema, un ordine, ma è uno spazio mentale cavo e oscuro in cui esperienze primordiali diventano un’eco. Il rimosso non è mai veramente rimosso, esso risuona in noi ma in modo indistinto, come appunto un rumore di fondo. È quest’eco allora che può rappresentare una sorta di ponte tra il nostro inconscio e l’esperienza primordiale della caverna. Ma le cose non rimangono semplicemente a questo livello di interpretazione. Hans Blumenberg ha efficacemente mostrato che solo a partire dalla caverna l’uomo ha potuto dormire profondamente, accedendo, in questo modo, all’onirico. Tale esperienza era preclusa agli ominidi prima di abitare le caverne, e questo semplicemente perché sognare profondamente nell’aperto della savana poteva essere per l’uomo primordiale fatale. Solo nella caverna l’uomo ha percepito uno stato di sicurezza che gli ha permesso di sognare profondamente. In tal modo, l’uomo ha avuto la possibilità di accedere ad una prima facoltà mentale: la fantasia, l’immaginazione. Se non è un caso che il sogno sia per Freud la porta regale per accedere all’inconscio, allora proprio la caverna è ciò che ha permesso la formazione di questa porta regale e con ciò forse la stessa formazione dell’inconscio. Non è azzardato allora affermare che l’esperienza dell’inconscio e della caverna possano essere un’unica esperienza primordiale.

La caverna è un amplificatore di noi stessi e la sua eco fa coro con l’eco che risuona nel nostro inconscio. 

La caverna è una delle metafore più potenti del femminile. In tal senso, credo che possa essere significativo il fatto che se da una parte noi usciamo da un luogo cavernoso quale il ventre di nostra madre, in cui abbiamo abitato e sognato per un tempo significativo, dall’altra entriamo in un altro luogo cavernoso per abitarvi per tutta la vita. E se è vero che una delle esperienze formative nell’esistenza prenatale è stata la percezione del suono del cuore della madre, un’altra imponente esperienza, da quando gli uomini hanno iniziato ad abitare questi luoghi, è stata la percezione amplificata della propria voce in uno spazio cavo come la caverna. Cosa accade in questa primordiale percezione? Nientemeno la voce monodica diventa polifonica. La singolarità della propria voce diventa un coro, lo spazio si riempie di questo suono espressivo e lo riflette in tutte le direzioni: noi diventiamo i cantori e gli uditori di noi stessi. 


Se è vero che la caverna come spazio cavo amplifica la nostra voce interiore, non è azzardato proporre una sorta di vicinanza tra l’effetto seduttivo e inquietante dell’ascolto della propria voce dentro la caverna con il canto delle sirene di Omero. Peter Sloterdijk ha dimostrato che la potenza del canto delle sirene non sta nel fatto che esso incanta universalmente qualsiasi persona che vi porga l’orecchio, come se ci fosse un canto universale che seduce indistintamente ogni uomo. Il canto in realtà non è altro che l’eco della voce interiore di chi ascolta. Odisseo nel canto che lo seduce sente risuonare i suoi desideri più profondi, come gli affetti familiari che faticosamente sta cercando di ritrovare o il risuonare della gloria per la conquista di Ilio. Il canto delle sirene è, in tal senso, l’eco del proprio inconscio, così come l’eco della caverna è il coro della nostra voce.

Freud, parlando dell’arte, ha colto nel “perturbante” il carattere più profondo dell’esperienza estetica, ma ciò che ci perturba non è semplicemente il linguaggio dell’arte, quanto piuttosto ciò che i mezzi espressivi dell’arte risvegliano in noi, quella dimensione appunto inconscia del nostro essere che poi la civilizzazione tenderà a rimuovere, a coprire e a nascondere. Il perturbante inteso come in-familiare (Unheimliche) è quello stato primitivo del nostro essere che abbiamo reso in-familiare per affermare una sorta di controllo razionale della nostra vita. 

Possiamo allora aggiungere che la caverna, come il canto delle sirene, diventa un’esperienza profonda e intensa non semplicemente perché ci protegge dallo spazio esterno sempre pieno di insidie, piuttosto perché, isolati dai pericoli dell’aperto, fa risuonare un aspetto della nostra natura che perlopiù serbiamo nella sfera del rimosso. Non è forse un caso che l’esperienza del sacro sia scaturita proprio nel chiuso della caverna, mediante l’esperienza onirica. E non è forse vero che le caverne poi abbiano assunto le forme dei nostri templi e delle nostre chiese in cui la voce che intonava canti sacri continui a inondare tutto lo spazio cavo? E ancora, non è altrettanto significativo che proprio il sacro sia stato consegnato agli uomini mediante il canto?

In conclusione, abitare le caverne per noi non è stato semplicemente un’esigenza materiale di mera sopravvivenza, ma un’esperienza poetica in cui l’uomo ha potuto esperire la propria voce che, inondando lo spazio circostante, ha reso possibile una sorta di fusione tra interiorità ed esteriorità, la percezione cioè della nostra voce interiore nell’ambiente cavo della caverna. 

Nella caverna non solo abbiamo fatto esperienza di un nuovo modo di abitare il mondo rispetto allo spazio aperto, ma abbiamo fatto di noi stessi il tono sonoro di questo mondo.

Francesco Cardone

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