Abitare i suoni della Terra V – I suoni della gioia

 

Il carattere vibrante dell’esistenza è il punto di partenza per approfondire nella cura, mediante i suoni della Terra, le condizioni perché la vita dell’uomo possa giungere a uno stato di gioia costante.

La prima osservazione da cui si può partire è che sia il nostro corpo sia il fenomeno sonoro in generale hanno in comune quello di essere due forme vibrazionali. Sempre di più la medicina occidentale, grazie alle ricerche pioneristiche di Carlo Ventura, evidenzia che le nostre cellule non solo rispondono continuamente ad un campo vibrazionale esterno molto più esteso di quello che recepisce il nostro udito, ma sono esse stesse costanti  sorgenti di vibrazioni. Se partiamo dal semplice fatto che le cellule sono i mattoni del nostro corpo, allora si può senz’altro concludere che il nostro corpo è un complesso e coerente fenomeno vibrazionale. Il passo successivo che si potrebbe fare è, allora, ipotizzare se i nostri stati emotivi abbiano singolarmente uno specifico stato vibrazionale, come se la tristezza, la gioia o qualsiasi altro stato emotivo possa essere connotato da una vibrazione complessiva dell’intero corpo.

Detto per inciso questo nuovo campo pioneristico della medicina occidentale non fa altro che scoprire su basi sperimentali ciò che da secoli tradizioni “mistiche” orientali avevano già consolidato in pratiche di guarigione e di crescita della propria coscienza.

Cosa vuol dire allora essere immersi all’interno di un campo acustico? A ben vedere, come si è già accennato, il nostro stesso corpo, per il semplice fatto di essere composto da miliardi di cellule che vibrano, può senz’altro essere inteso come una complessa sorgente sonora. Questo vuol dire che la percezione acustica è un fenomeno infinitamente più complesso di quello che noi descriviamo a partire da una specifica parte del corpo (timpano) che entra in vibrazione quando viene investito da una vibrazione complessa. Non solo la ricezione acustica accade mettendo in gioco l’intero nostro corpo e non un suo specifico organo, ma questa percezione non è la passiva ricezione acustica di una forza vibrazionale che agendo sul corpo lo fa vibrare. Il corpo quando entra in relazione con un’energia acustica è già in uno stato vibrazionale, il che significa che il fenomeno acustico non è mai l’applicazione di una forza sonora su un corpo inerte che solo dopo tale applicazione inizia per simpatia a vibrare. Nel fenomeno acustico s’incontrano due campi vibrazionali quello dell’ambiente circostante e quello del nostro stesso corpo. Continuare allora a parlare del fenomeno acustico in termini di causa ed effetto sembra ormai del tutto fuorviante. Sarebbe più opportuno parlare di incontro e, forse, ancora più precisamente di evento risonante.

Partendo da queste considerazioni di metodo, potremmo adesso chiederci quale complessa vibrazione caratterizza tutto il nostro essere nella gioia e quali suoni inducono nel nostro corpo questo stato emotivo? Le due parti della domanda sono ovviamente correlate, un suono complesso può indurre uno stato di gioia solo perché il nostro essere è già disposto in termini vibrazionali a produrre tale stato di gioia. Uno stato emotivo non è qualcosa che arriva dall’esterno e ci riempie come delle anfore, semmai è una possibile disposizione risonante che è già insita nella nostra natura vibrazionale e può attivarsi sia mediante una risonanza esterna ma anche attraverso una vibrazione autoindotta. Ma in che termini noi siamo già disposto alla gioia? Esiste una nostra intrinseca disposizione vibrazionale che può essere chiamata gioia? In sintesi, la gioia è assimilabile a un tipo di frequenza del corpo?

Forse rispondere a tali domande per adesso potrebbe risultare prematuro, ma senz’altro, considerando i risultati scientifici di Carlo Ventura oltre alle innumerevoli pratiche orientali troppo spesso tacciate di saperi non scientifici e quindi infondati, non credo che possa essere prematuro affermare che uno stato di gioia si palesa sempre quando percepiamo un globale senso armonico vibrazionale che pervade ogni parte del nostro corpo. Ecco allora una perfetta immagine vibrazionale di cosa significa “stare bene”. In effetti l’equivalente emotivo dello stare bene è esattamente la gioia. Ma, di nuovo, stare bene esprime quella situazione in cui si è con il proprio corpo e la propria mente pienamente in armonia, ossia in una vibrazione armonica. Stare bene dunque implica che l’intero complesso delle nostre cellule, ognuna delle quali ha una sua specifica vibrazione, entra in una vera e propria risonanza armonica. Bisognerebbe sempre ricordare che la parola armonia, dal greco ἁρμονία, indica un accordo che tende all’unione delle singole parti del fenomeno complesso secondo uno specifico ordine vibrazionale. Seguendo tale direttrice, si potrebbe affermare che si sta bene quando l’intero complesso delle nostre cellule, comprese ovviamente quelle neuronali, intessono una sorta di unica risonanza vibrazionale in cui ogni parte concorre, secondo la propria specifica natura, alla realizzazione di suddetta armonia. In questo si può cogliere un’immagine chiara di cosa significa propriamente gioia.

Come si è detto la gioia può certamente essere il risultato di una pratica di autoinduzione di questo stato di benessere, ma, forse, ancora più significativo è quando tale benessere si collega armonicamente a ciò che è in relazione con il nostro corpo. Credo che sia proprio nell’incontro tra il carattere vibrazionale del nostro corpo con un ambiente armonico che possiamo cogliere la massima estensione di ciò che chiamiamo gioia. La gioia in sostanza raggiunge la sua piena realizzazione solo quando a esser caratterizzato da essa non è semplicemente il nostro corpo ma lo stesso ambiente in cui siamo immersi e, nello specifico, il campo vibrazionale in cui il nostro corpo e immerso ed entra in risonanza. Ed è proprio questa risonanza complessiva che può indicare una possibile via verso il tema di questo contributo, ossia chiarire cosa si possa intendere  con i “suoni della gioia”. Intanto i suoni della gioia non possono essere raggruppati in un fenomeno oggettivo che può essere numerato, catalogato, così come possiamo numerare un suono a partire dalla sua frequenza. A ben vedere i suoni della gioia sono i suoni dell’incontro, ossia della con-sonanza armonica. In tal senso non c’è necessariamente un suono specifico che favorisce tale incontro vibrazionale. L’essenziale non è tanto nella cosa ma nel “modo” in cui la cosa si dispiega come consonante.

Partiamo da un esempio pittorico,Le bonheur de vivredi Henri Matisse.

 Ogni figura del quadro manifesta uno specifico stato di gioia, eppure allo stesso tempo contribuisce alla realizzazione di una gioia collettiva, inversamente è come se fosse l’intero ambiente descritto dal quadro a rendere possibile la gioia di ognuno dei partecipanti. Ecco il punto centrale: la gioia è sempre un fenomeno collettivo. Collettivo qui ha diverse stratificazioni, non solo, in effetti, l’intero ambiente ha il carattere dell’accordo armonico, ma, allo stesso modo, ogni figura è come se fosse in accordo con se stessa. Se è vero che il nostro corpo vive uno stato di gioia solo quando ogni sua parte vibra in modo armonico e, allo stesso tempo, risente della risonanza dell’ambiente in cui è immerso, allora non si può non cogliere l’intima interconnessione tra le forme specifiche del quadro e la sua forma complessiva. Il quadro emana un profondo senso di pace e serenità, come se ognuno fosse nel luogo dove gli è più congeniale, e questa adeguata congenialità corrisponde pienamente alla simmetria dell’insieme. In lontananza delle figure femminili danzano in cerchio creando una sorta di vortice di vibrazioni che entra in risonanza con la parte della scena più prossima a noi. A ben vedere anche questa parte del quadro segue una sorta di movimento circolare, tratteggiato dalla disposizione delle figure gioiose e dalla sinuosità degli alberi. In questo gioco di colori, di forme gentili, di movimenti circolari, in cui tutto sembra allo stesso tempo in movimento e in quiete si può “sentire” un profondo senso di pace. Ecco allora un esempio di gioia che ci può indicare un tratto costante di questo stato emotivo: la gioia è una risonanza complessa dei cuori che si accordano tra loro, dispone i nostri corpi ad accogliere l’altro semplicemente entrando in risonanza. I suoni della gioia per essere tali devono disporre al legame amoroso dei corpi, nel senso che devono costituire un intreccio di risonanze entro cui i corpi possono intonare la propria risonanza. Se infatti la gioia è lo stare bene di ognuno assieme agli altri, così come nel nostro corpo lo stare bene si dispiega come lo stare bene di ogni cellula in risonanza con le altre, allora i suoni della gioia sono tali solo se lasciano che ogni cosa dispieghi la sua congeniale risonanza. In tal senso i suoni della gioia possono essere rivelativi, perché possono far percepire in ogni ascoltatore una propria risonanza che solo in quel momento si rivela alla coscienza. Gioire vuol dire propriamente sentire di essere pienamente se stessi, e questo sentire è la nostra stessa risonanza.

Ogni singola tappa del percorso finora realizzato – il nascere, la caverna, il mito, la cura – sono esperienze che si realizzano pienamente solo grazie ai suoni della gioia, come il battito del cuore di nostra madre, l’eco della caverna, il coro del mito, la cura mediante i suoni; ognuna di queste esperienze è un risuonare nella gioia di esistere. A partire dall’esperienza del battito del cuore noi sentiamo il ritmo della gioia della vita, il suo pulsare; mediante la caverna sentiamo la gioia dello spazio sonoro della nostra voce; mediante il coro del mito sentiamo la gioia della comunanza dei cuori che risuonano attraverso le nostre voci; mediante la cura liberiamo nella gioia le nostre risonanti esistenze. In tutti questi momenti si possono cogliere due movimenti paralleli e tra loro sempre intrecciati: da una parte sentiamo che la nostra esistenza è da sempre intrecciata con quella degli altri e, più in generale, con qualsiasi cosa (Spinoza), dall’altra sentiamo che la nostra specifica esistenza ha la possibilità, nell’intreccio delle esistenze, di poter liberare se stessa: la gioia è dunque un legame che libera.

Spesso noi ingenuamente consideriamo il concetto di legame antitetico a quello di libertà, ma a ben vedere l’esistenza percepisce questo carattere antitetico solo quando il legame diventa un vincolo oppressivo che limita la nostra liberà di essere noi stessi. Questa ambiguità del rapporto tra legame e libertà forse dipende dal duplice significato che ha il termine libertà, inteso sia come “libertà da”, e in tal senso si può sentire una sorta di idiosincrasia tra legame e libertà; ma può essere inteso anche e soprattutto come “libertà di”, e in quest’ultima accezione il legame non è più ciò che impedisce il processo di liberazione, semmai è dove la libertà si espande, si irradia. Nel quadro di Matisse si può cogliere come tutte le figure esprimono la gioia del loro potenziale esistenziale solo perché vivono nel legame con tutte le figure del quadro e più in generale con il mondo ambiente che li con-tiene, il quale non è un luogo di impedimento ma di liberazione del loro personale modo di entrare in risonanza con se stessi e con tutte le cose. In termini vibrazionali, quindi, questo comporta che i suoni della gioia sono tali perché costituiscono una sorta di legame gentile che pone in risonanza la propria specifica natura vibrazionale con quella degli altri. Il legame non elimina le differenze appiattendo tutto ad un modello unico di esistenza, semmai crea le condizioni perché queste differenze possano esprimersi in una connessione armonica; in tal senso, il legame nella gioia ha la sua adeguata manifestazione nella forma dell’amore: amore nei confronti degli altri e nei confronti di se stessi. Il quadro di Matisse esprime pienamente il nesso tra gioia e amore.

I suoni della gioia sono dunque i suoni dell’amore. Non importa quali strategie compositive vengano impiegati per creare i suoni della gioia, l’essenziale non è nello stile, ma nella capacità di esprimere questo legame che libera l’essenziale di ognuno di noi.

Vi sono infiniti esempi di composizioni che esprimono i suoni della gioia e ognuno impiega le proprie strategie compositive che variano nel tempo e per ogni compositore. In effetti, non vi è neppure la necessità che una composizione debba esprimere per tutta la durata dell’opera questo carattere gioioso dei suoni, si può disvelare questo aspetto dopo un lungo percorso tempestoso, oppure far emergere la gioia solo per alcuni momenti, ma anche in questo caso i suoni della gioia possono illuminare tutto. I suoni della gioia inducono ad un processo di consapevolezza emotiva di sé e dell’indissolubile legame con gli altri, ma tale processo può seguire strade tortuose e tempestose prima di arrivare alla radura della gioia e, in molti casi, proprio questo percorso doloroso diventa una necessità perché possa liberarsi in tutta la sua maestosità la gioia di esistere. La musica può certamente manifestare la sofferenza che lacera l’uomo e il suo legame con gli altri, ma diventa sublime solo quando riesce a scorgere oasi di gioia che mostrano la possibilità reale di un modo fisiologico di esistere.

La gioia è sia l’esito della cura sia la cura stessa. Tale cura può lavorare sul dolore che spesso frantuma l’esistenza umana e, certamente, tale lacerazione può e, per certi versi, deve essere evocata in un’opera musicale, però la cura è tale solo quando schiude lo spazio vibrazionale della guarigione che è appunto la gioia. In molte opere del repertorio musicale classico e moderno si sente molto bene la necessità di guadagnare spazi sonori di gioia attraverso un percorso tempestoso; basterebbe solo rievocare come si giunge all’Inno alla gioianellaNonasinfonia di Beethoven dopo un travagliato lavoro motivico, o quei momenti, anche se rari, di meravigliosa dolcezza che come delle piccole oasi sono presenti all’interno del linguaggio barbarico delSacre du printempsdi Stravinskij. Come però si è detto, i suoni della gioia non possono essere codificati in uno specifico stile musicale, esistono tanti modi per mettere sulla scena tali suoni; nella musica cosiddetta “orientale”, ad esempio, la gioia non è il risultato di una narrazione tormentata, semmai una vibrazione costante che come un mantra si irradia e pone in risonanza tutti coloro che si intrecciano con essa. Nessuno è necessariamente più efficace di un altro, ed infatti in ogni cultura si trova sempre uno specifico modo per evocare tali suoni, oppure si tenta la via del sincretismo musica ibridando generi diversi. I suoni della gioia non conosco alcun ostacolo per potersi liberare e, con essi, liberare i nostri campi vibrazionali. Possono trovare infiniti modi per entrare in risonanza, rispondere adeguatamente agli innumerevoli modi mediante cui ogni compositore, occidentale o orientale, esprime e irradia il proprio modo della gioia.

Detto per inciso, quello che si è detto finora non implica assolutamente che quelle forme musicali che esprimono solo il dolore del mondo non abbiano il rango per essere propriamente delle meravigliose composizioni musicali. La denuncia delle brutture del mondo e della crudele prassi umana è un importantissimo e necessario scopo dell’arte e, nello specifico, dell’arte musicale, come ad esempio quello di esprimere la mostruosità della Shoah evocata nell’opera di Luigi Nono “Ricordati cosa ti hanno fatto ad Auschwitz“, in cui, tra le tante cose, si scorge come le voci degli uomini siano lacerate dal fragore di un magma sonoro metallico disumano, una sorta di macchina che stritola l’esistenza umana. Quest’opera come tante altre opere di Nono sono un fondamentale momento di denuncia anche con risvolti politici importanti e, forse, proprio nella denuncia radicale si vuole intravedere un mondo altro, come ciò non c’è ma dovrebbe esserci perché le brutture dell’umanità raggiungano una conclusione…ma non basta questo.

I suono della gioia, quando sono sulla scena, fanno vibrare un mondo utopistico, dipingono la possibilità di esistere in uno stato armonico, vanno, insomma, al di là della mera denuncia e, in tal senso, sono propriamente suoni creativi. In un certo modo tra i suoni della denuncia e i suoni della gioia passa la stessa differenza che vi è nelCosì parlò Zarathustradi Nietzsche tra lo spirito-leone e lo spirito-fanciullo presenti nelleTre metamorfosi. Lo spirito-leone è capace di ingaggiare una battaglia mortale contro quelle catene che impediscono il raggiungimento della propria libertà, manca però in questa metamorfosi la capacità di creare un nuovo inizio, manca quella innocente creatività che non ha può qualcuno contro cui combattere, ed è completamente orientata alla realizzazione della propria opera, del proprio mondo vibrante. Un’opera pensata in questi termini non chiede di con-dividere una medesima denuncia della mostruosità della prassi umana, semmai di entrare in risonanza con essa e, mediante tale “con-risonanza”, di gioire del mondo vibrante che si disvelaassiemea noi. È in questo stare assieme nella luce di un mondo nuovo che si realizza il senso di un’opera che si alimenta dei suoni della gioia. Se è vero, con Spinoza, che l’unico modo per interrompere la tristezza nel nostro animo sia quello di sostituire quest’ultima con un profondo senso di letizia (gioia), allora l’opera di denuncia può certamente esser necessaria per prendere coscienza della nostra condizione umana, così come evidenzia Adorno nella sua filosofia della musica, ma non è risolutiva, perché non libera pienamente la potenza creatrice dell’uomo. Quest’ultima si esprime solo quando, al di là delle brutture del mondo, è capace di trasmettere la gioia dell’esistenza mediante forme vibranti che creano una rete vibrazionale in cui tutti partecipano al medesimo evento: liberare la gioia del mondo e dell’umanità attraverso le virtù creatrici dell’uomo. 

In un tempo come il nostro in cui l’ombra della guerra sta di nuovo oscurando le nostre esistenze, vorrei concludere il mio contributo indicando il link di un mio modesto lavoro musicale per la pace e la gioia di vivere:

Francesco Cardone

https://youtu.be/qtCjLD4XqV0

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