In questo mio breve contributo vorrei cercare di descrivere, senza alcuna pretesa di essere esaustivo, cosa implicherebbe una riflessione su un possibile rapporto antitetico tra l’ascolto e la guerra, nel tentativo di capire l’attuale situazione internazionale caratterizzata da molteplici focolai di guerre che stanno sempre più inquietando l’umanità.
È indubbio che termini come ascolto e guerra si presentino di primo acchito come contrapposti, mentre infatti il porsi in ascolto si presenta come un aprirsi e accogliere l’altro dentro di sé, interiorizzando le sue istanze e mettendo nel contempo in discussione la rigidità delle proprie ragioni; dall’altra il conflitto si presenta come un chiudersi nei confronti dell’altro, imponendo le proprie convinzioni su chi è diverso da sé e rimanendo impermeabili nei confronti della voce altrui. In sostanza, ascolto e guerra si presentano secondo la dinamica dell’apertura e della chiusura della propria esistenza nei confronti delle altre esistenze.
Se provassimo però ad approfondire questo rapporto antitetico tra apertura e chiusura, non dovrebbe essere difficile cogliere che proprio la relazione oppositiva tra ascolto e guerra rappresenti il limite di possibilità che da sempre ha caratterizzato l’esistenza dell’uomo sia come singolo sia come comunità. Se infatti l’esistenza è caratterizzata dalla categoria della possibilità, così come ci ha insegnato Heidegger, allora apertura e chiusura dell’esistenza appartengono entrambe alla natura del modo di essere dell’uomo. La storia in effetti ci conferma sempre questo duplice aspetto dell’esistenza. In molti momenti della nostra singola esistenza, noi ci troviamo spesso a mettere in gioco questi due momenti antitetici della vita, ci sono infatti momenti in cui il nostro rapporto con l’altro è caratterizzato da una profonda apertura, tale da produrre un arricchimento della nostra natura grazie al contributo dell’altro, ma ci sono anche momenti in cui, per varie ragioni, tendiamo a chiuderci all’altro e a percepirlo come un nemico che ci minaccia, che ci vuole colonizzare, scatenando una forma di conflitto, in cui le due esistenze della relazione sono sorde l’una rispetto all’altra, senza che ci sia la possibilità che le ragioni di una parte siano accolte dall’altra. Tale conflitto produce l’assenza del dialogo e l’inizio del “grido della voce”, tale per cui le parole diventano delle armi il cui unico scopo è vincere distruggendo l’avversario. Eppure, come si è detto in precedenza, queste due modalità dell’esistenza appartengono entrambe al modo in cui essa si sviluppa, nel senso che entrambe sono interne alle possibilità d’essere della vita umana.
Affermare questo, però, non significa dire che, essendo entrambe presenti nella natura dell’esistenza umana, apertura e chiusura favoriscono in egual modo la crescita della vita dell’uomo. Riconoscere la compresenza di queste due possibilità nella vita di ognuno, non significa valorizzare il conflitto e il conseguente carattere distruttivo dell’esistenza. Riconoscere, quindi, non significa qui esaltare un aspetto della vita, giustificandolo come necessario alla vita stessa.
Questo punto credo che sia centrale per comprendere la struttura profonda dell’esistenza. Infatti, la parola esistenza significa letteralmente “essere-aperti”, essere in relazione e quindi vivere accogliendo ciò che si manifesta come altro da sé, ma allo stesso tempo vuol dire essere aperti a noi stessi, dunque esistere vuol dire ascoltare l’altro ascoltando noi stessi e ascoltare noi stessi ascoltando l’altro. È quindi l’apertura il carattere autentico dell’esistenza. Il punto è che questa autenticità dell’esistenza non è nella forma della necessità, ma, appunto, della possibilità. Autenticità e inautenticità sono entrambe presenti nell’esistenza umana, perché quest’ultima si costituisce sempre nella forma della possibilità, ossia della libertà. Solo infatti chi è libero di essere autenticamente sé stesso, può non esserlo. Un martello non può essere un non-martello, perché non è libero di essere un martello.
L’esistenza ha dunque sia la possibilità di affermarsi sia la possibilità di negarsi, ed entrambe sono interne alla natura stessa di quest’ultima. Non vi è contraddizione se l’esistenza decidesse di chiudersi all’altro e quindi a sé stessa, perché la contraddizione è insita nella vita stessa, come una sorta di molla interna della vita umana che tiene indissolubilmente uniti gli estremi dell’esistenza. Eppure quando noi scegliamo di chiuderci alla natura autentica dell’esistenza, scegliamo di chiuderci a noi stessi, e quindi ci chiudiamo alla natura stessa della possibilità. È senz’altro vero che la possibilità dell’apertura e la possibilità della chiusura sono entrambe presenti nella dinamica stessa della possibilità come tale, ma mentre la scelta per l’apertura implica avere sempre altre possibilità, la scelta per la chiusura implica invece chiudersi alle possibilità. L’esistenza aperta è un’esistenza fluida, che accoglie le possibilità che si dipanano di volta in volta e cresce grazie ad esse, scoprendo, nel contempo, possibilità di sé stesso che gli erano oscure; l’esistenza chiusa invece è un’esistenza rigida, che rifiuta le possibilità che sono altre da sé, nascondendo a sé stesso aspetti di sé che appartengono alla propria natura. In sostanza l’esistenza aperta va verso la crescita della vita, l’esistenza chiusa va verso la morte. Freud aveva pienamente colto la dualità dell’esistenza umana mediante le due pulsioni che lui chiamò Eros e Thanatos. Il punto però è che scegliere per Thanatos non significa scegliere per un’altra forma di esistenza, ma significa scegliere di non vivere.
Proviamo allora ad approfondire ulteriormente il rapporto tra ascolto e guerra alla luce di ciò che si è detto finora.
Ascoltare significa propriamente esistere. Solo infatti ciò che esiste ascolta e solo ciò che ascolta esiste, – si badi bene che qui il verbo “ascoltare” è inteso in un senso molto più ampio del semplice ascoltare acustico, e può quindi essere inteso come “un prendersi cura di ciò che si manifesta a noi” -. Non solo questo, ascoltare è ciò che permette di parlare, i bambini infatti imparano a parlare, perché imitano la voce amorevole dei genitori, ma questo significa che i bambini sono portati verso la parola perché hanno la spontanea capacità di ascoltare. Questa capacità di ascolto accade sempre mediante un tono emotivo, anzi il tono emotivo di chi ascolta e di chi parla è il primo vero significato che emerge nella dinamica del dialogo. Il bambino non comprende immediatamente a cosa sia riferita quella parola, ma “sente” l’intenzione emotiva di chi parla e reagisce nell’ascolto con un corrispondente tono emotivo. In sostanza, noi primariamente ascoltiamo delle emozioni e le ascoltiamo emozionandoci. L’ascolto è quindi originariamente un ascolto del cuore. Non a caso al termine ascoltare può essere associato il termine “auscultare”, come appunto l’ascolto del bambino che nella fase intrauterina ausculta il battito del cuore della madre. Questo ci dice anche che l’ascolto è sempre un atto d’amore. Questo atto d’amore, che è tale perché intenzionalmente ascolta, è sempre nella forma della reciprocità riflessiva: non solo il bambino ascolta la voce amorevole della madre, ma “ascolta” di essere ascoltato dalla madre e in questa restituzione dell’ascolto da parte della madre, il bambino scopre qualcosa di sé: il bambino si ascolta mediante l’ascolto della madre. Forse in questa dinamica possiamo veramente cogliere cosa significhi propriamente amare. La “cura”, intesa da Heidegger come la vera essenza dell’esistenza, è fondamentalmente un atto d’amore. Il bambino ha cura della voce della madre perché la madre ha cura della voce del bambino, e grazie a questo reciproco aver cura, il bambino impara ad aver cura di sé. L’esistenza è primariamente un aver cura di sé e dell’altro, perché è da sempre aperta a sé e all’altro, e questi due momenti si sviluppano reciprocamente.
La guerra è invece la negazione dell’ascolto. La dinamica propria della guerra, di tutte le guerre, è quella della polarizzazione impermeabile degli opposti. Ognuno vede l’altro come il nemico da distruggere; quest’ultimo può delinearsi sia come ciò che minaccia la propria esistenza, sia come ciò che bisogna distruggere per estendere la propria potenza oppure, ancora di più, come le due cose assieme. Possono sicuramente cambiare le ragioni che fanno dell’altro un nemico, rimane però costante che, in un certo senso, il nemico non lo si “vede” concretamente, è come se assumesse l’abito del nemico, negandogli il carattere dell’esistenza e quindi di poter essere ascoltato. Nella guerra non conta nulla l’ascolto, ma solo il grido della propria voce: ”col nemico non si dialoga”.
Proviamo a capire meglio questa impermeabilità propria degli opposti in guerra.
Non si tratta semplicemente di una impermeabilità nei confronti del senso delle parole che non si vuole comprendere, semmai è una impermeabilità alle emozioni dell’altro. Nella guerra la compassione nei confronti del nemico si riduce a zero. Io non “sento” più l’altro, quel rapporto nella forma della cura amorevole, che ha nell’ascolto reciproco della madre con il figlio il suo originario archetipo, viene annientato, facendo di quest’ultimo la prima vittima della guerra. L’esistenza nella forma della guerra assume i caratteri della psico-apatia. Le ragioni di tale carattere dell’esistenza possono certamente essere molteplici, come l’odio cieco nei confronti di chi viene ritenuto colpevole del proprio dolore, oppure il freddo calcolo dei governi che “ragionano” in termini di strategie, diventando emotivamente impermeabili agli effetti delle loro decisioni; il punto essenziale è che la guerra rende tutti apatici nei confronti dell’altro, e se così non fosse si potrebbe sempre notare uno zelante impegno da parte di tante istituzioni e associazioni perché questo alla fine possa accadere. Questo aspetto lo si può cogliere se pensiamo al natale del 1914 quando l’Europa franò nella catastrofe della Grande guerra. In quell’occasione gli eserciti avversi rispettarono la tregua del natale, alcuni soldati nemici sul fronte occidentale uscirono dalle rispettive trincee per scambiarsi dei doni, per cantare delle canzoni natalizie oppure per parlare dei loro rispettivi figli. Questa momentanea fratellanza tra “nemici” non venne però vista di buon grado dai rispettivi comandi, perché riduceva quella forma di psico-apatia che ci si aspetterebbe da un “buon” soldato, facendo invece emergere quella forma di compassione che caratterizza l’esistenza autentica; lo slogan infatti dei rispettivi comandi era: “non si fraternizza con il nemico!”.
Si potrebbe però obiettare che, se è pur vero che la guerra occlude una qualsiasi forma di ascolto emotivo nei confronti del nemico, è apparentemente vero che il conflitto, polarizzando le due comunità in guerra, crea un forte collante sociale all’interno dei due popoli, come effettivamente si può notare nel popolo palestinese e in quello israelita. A ben vedere, però, tale collante sociale non è nella forma di una relazione autentica tra esistenze legate da uno stesso destino di guerra, perché, mentre nell’ascolto autentico io sono aperto alle ragioni dell’altro, nell’apparente ascolto durante la guerra si diventa tutti identici, si è uniti perché si diventa un tutt’uno contro il comune nemico. Si gridano all’unisono gli stessi slogan bellici contro il nemico, ma appena una singola esistenza pone dei dubbi sulle azioni intraprese, gli altri, “i suoi fraterni alleati”, lo iniziano a qualificare come un potenziale “nemico interno”, un pericoloso sovversivo che collabora, che lo sappia o meno, con il nemico, insomma un traditore della causa comune. Ma questo significa che la guerra è una radicale negazione dell’esistenza nella sua forma autentica e tale negazione si estende non solo in quello spazio conteso tra due comunità ma anche all’interno dei rispettivi spazi comunitari. All’interno delle rispettive comunità vige una spietata censura, estendendo il campo di battaglia all’interno della società civile: tutti diventiamo potenziali nemici interni ed esterni. Detto per inciso, l’essenza di ogni forma di totalitarismo autoritario, così come ci ha insegnato Hannah Arendt, è sempre quella della guerra, ossia la pulsione distruttrice dell’esistenza autentica, facendo di quest’ultima una forma di non vita.
Nella guerra non si vive insieme contro il nemico, ma si muore la propria vita in una condizione di massificato isolamento contro il nemico.
A conclusione di questo articolo, lungi ovviamente da dare delle possibili soluzioni a quella che è e rimane la condizione umana, vorrei almeno accennare a delle riflessioni sul perché la guerra nell’epoca della trionfante civilizzazione umana è così devastante per l’esistenza. Per fare questo, proverei a demarcare una possibile natura della società civile rispetto a quella dello Stato e delle sue istituzioni.
Una doverosa premessa per quest’ultima parte del mio articolo è che la critica che sarà sviluppata nei confronti dello Stato non vuole assolutamente mettere in questione la legittimità di questa fondamentale istituzione come tale, ma solo evidenziare la possibile pericolosità di quelle tendenze per le quali lo Stato nelle sue scelte tende, mediante le sue molteplici istituzioni, a scindersi dalla vita concreta del suo popolo che, quando si presenta, rischia di rendere la classe dirigente del tutto impermeabile ad un’esistenza autentica nei confronti del suo e di altri popoli, considerando questi ultimi solo delle espressioni di un pensiero calcolante.
Nella società civile noi siamo direttamente in relazione con l’altro, quindi è sempre possibile instaurare un rapporto autentico con chi è diverso da sé. Questo ovviamente non esclude lo scadimento della relazione in una forma inautentica, come spesso si vede nei conflitti sociale, in cui fazioni avverse chiudono qualsiasi forma di dialogo; eppure proprio la prossimità delle parti avverse crea sempre la possibilità di forare la loro impermeabilità e di instaurare un possibile ascolto, come si suole dire anche tra membri appartenenti a fazioni avverse può scaturire una forma di amicizia o anche un rapporto sentimentale. Insomma la convivenza, anche se con tante tensioni spesso determinate da forme di pregiudizi, favorisce sempre la possibilità dell’ascolto autentico tra esistenze diverse.
Lo Stato, con tutte le sue molteplici istituzioni mediatrici, se da una parte può rendere possibile la fioritura di relazioni nella forma dell’ascolto, dall’altra rischia di irrigidire e amplificare le potenziali tensioni. In particolare, quando uno Stato decide, per diverse ragioni, qual è il nemico che minaccia l’intera nazione, inaugura una potenziale campagna di paura e quindi di odio atta a condizionare l’opinione pubblica; in questo modo quelle minoranze etniche che provengono da realtà politiche esterne, qualificate come nemici minacciosi, e che sono presenti all’interno della nazione, iniziano ad essere percepite con sospetto. Grazie a queste campagne di paura e odio, le persone iniziano a costituire dentro di sé forme pericolose di pregiudizi che irretiscono qualsiasi possibilità di ascolto dell’altro. Qui forse troviamo il punto essenziale di tutta la questione: è senz’altro vero che lo Stato è un elemento essenziale della convivenza civile, ma è altrettanto vero che proprio lo Stato in determinate occasioni ha inaugurato o esacerbato pericolose forme di tensioni che hanno prodotto la frana dell’esistenza autentica, fondata sull’ascolto, verso forme di esistenze inautentiche, fondate sulla paura e sull’odio, dunque fondate sulla guerra. In fin dei conti da millenni la guerra è stata sempre un compito svolto dagli Stati mediante il sangue del suo popolo. È sempre lo Stato che decide quando, dove e come il suo popolo debba essere coinvolto in una guerra, ed è sempre lo Stato con le sue molteplici istituzioni che instilla nel cuore dei cittadini una forma di paura e quindi di odio che rende accettabile il sacrificio che una guerra “giusta” comporta. Ribadiamo dunque questo punto centrale: quando per ragioni che non coinvolgono immediatamente la volontà dei cittadini, lo Stato decide che il suo popolo debba entrare in guerra contro un altro popolo, inaugura una politica fondata sulla feroce censura all’interno della nazione, tale per cui le possibili minoranze etniche presenti al suo interno vengono immediatamente isolate e giudicate come potenziali nemici interni, tale isolamento non si determina solo in termini spaziali, ma soprattutto in termini mentali, nel senso che la censura è come se inducesse le persone a evitare qualsiasi forma di ascolto dell’altro. Questo perché se invece ci trovassimo nella possibilità di instaurare spontaneamente un dialogo autentico con il presunto nemico, ci accorgeremmo che quelle differenze di grado tra chi è buono e chi è cattivo cadrebbero a pezzi come castelli di sabbia; ci accorgeremmo che, al di là delle differenze culturali, linguistiche, religiose od altro ancora, l’esistenza autentica non caratterizza solo “noi” ma anche “loro”; ci accorgeremmo che ogni essere umano ha fondamentalmente lo stesso scopo nella vita, ossia essere felice assieme agli altri; ci accorgeremmo, insomma, che quell’archetipo dell’ascolto amorevole tra madre e figlio vive in ogni essere umano.
Eppure è proprio questo archetipo dell’ascolto che viene sacrificato per primo nella guerra che gli Stati ingaggiano tra loro. Questo allora significa che la società civile dovrebbe abbattere gli Stati e governarsi direttamente? Può esistere una società civile senza una forma di Stato? È altamente improbabile che una collettività possa esistere e prosperare senza una sorta di ordine che viene istituito. Allo stesso tempo però è altrettanto vero che fin quando lo Stato avrà i tratti di una struttura che tende a isolarsi astrattamente rispetto alle istanze che sono comuni ad una concreta società, ci si troverà sempre nella condizione di fare della possibilità della vita inautentica nella forma dell’assenza dell’ascolto una catastrofe per noi tutti. Tale assenza si ha quando l’esistenza nella sua forma autentica, ossia aperta alla relazione con il suo altro, si tramuta in un calcolo ideologico. Nel calcolo ideologico conta solo la realizzazione astratta di un progetto nel quale i popoli divengono semplicemente dei mezzi funzionali allo scopo. Ma per fare questo le persone di una comunità devono perdere la loro natura relazionale, per diventare delle singolarità irrelate da plasmare e impiegare per lo scopo “superiore”. Si è certamente insieme contro il comune nemico, ma isolati nella nostra triste condizione di essere megafoni di un’ideologia che impedisce un ascolto autentico con il nostro altro, si sacrifica il proprio essere aperti nei confronti di chi è diverso da sé, per diventare il portavoce di qualcosa di astratto, e per questo radicalmente violento nei confronti della vita aperta alla vita.
È significativo, a conclusione dell’articolo, notare come ogni forma di movimento pacifista che promuove l’ascolto e quindi il dialogo tra popoli diversi provenga dalla società civile, mentre ogni decisione che porta alla catastrofe derivi dallo Stato e dalle sue numerose istituzioni. Finché rimarrà questa forbice drammatica tra la vita di un popolo e le sue istituzioni, la possibilità che l’esistenza inautentica possa franare in situazioni catastrofiche per la vita di ognuno di noi sarà sempre una possibilità reale.
Francesco Cardone




