Tentare di tracciare un percorso di ricerca che progressivamente faccia emergere i suoni che esprimono l’essenza dell’essere padre, di primo acchito, può sembrare un percorso che semplicemente si affianca a quello tracciato in precedenza nei riguardi dei suoni delle madri, eppure diverse difficoltà emergono in questo tentativo ermeneutico di approssimazione alla bolla sonora paterna.
In primo luogo, ogni tentativo di tracciare un percorso interpretativo della bolla sonora paterna potrebbe risentire del contesto patriarcale in cui tale bolla sonora si è andata a costituire; in secondo luogo, la difficoltà che potrebbe presentarsi è se sia possibile mettere in rilievo un profilo sonoro della natura paterna “al di là” dello sfondo del patriarcato, se cioè l’essere padre non si esaurisca nel ruolo millenario che ha assunto la sua figura egemonica rispetto all’essere madre; in terzo luogo, si tratta di capire se proprio la bolla sonora del patriarcato sia una deformazione dell’originale natura del padre oppure una sua diretta conseguenza.
Come si può notare, il rischio di un’indagine della bolla sonora dell’essere padre è sempre nella possibilità di franare in una teoria che faccia del patriarcato una diretta espressione del padre, oppure di tentare un superamento artificioso di tale sfondo culturale senza peraltro raggiungere un nucleo originale che possa essere esibito al di là della crosta millenaria del patriarcato.
Ma allora come muoversi in questo vortice di “insidiosi” ostacoli interpretativi? Forse bisognerebbe partire da una possibile constatazione metodologica, ossia che ogni forma di insidia potrebbe celare una forma di “opportunità” che ci mostra aspetti essenziali dell’esser-padre proprio là dove sembra invece negarli mediante un’etica del dominio, così come la storia ci ha sempre raccontato in merito al patriarcato e al dominio della bolla sonora del padre nei confronti di quella della madre.
In effetti, quando in un articolo precedente si è parlato di un possibile matriarcato sonoro che ha sempre vibrato nonostante il fatto di essere stato costretto all’interno delle maglie culturali del patriarcato, è rimasto silente la possibilità nei confronti dell’essere padri di un discorso rovesciato, ossia che proprio all’interno delle maglie costrittive del patriarcato si celi un originale e sempre presente modo di essere padri che solo a tratti si è potuto liberare.
Ma dove iniziare questo tipo di ricerca che faccia emergere, proprio all’interno del patriarcato, ciò che è rimasto in una condizione di parziale espressività?
Proviamo per adesso a seguire l’antica saggezza delle parole che esprimono la natura dell’essere padre. Il latino “pater” è connesso alla locuzione “pater familias” inteso come “custode della famiglia”. Allo stesso modo il termine “padri” rimanda agli “antenati”, intesi come i custodi della comunità. Dunque padre è prima di tutto un “custode”. Ma cosa significa propriamente custodire? Seguendo Giovanni Semerano, il latino “custos” (custode, protettore, sorvegliante) può essere legato a “cutis” (custodio) ed entrambi i termini possono rimandare alle parole greche “keutho” (nascondo), “kytos” (vaso, urna) e “kystis” (cavità, vescica).Paterè dunque ciò che protegge e conserva, come un vaso che preserva ciò che contiene. Paragonabile ad una sorta di “pelle” (kusunella lingua accadica) mediante cui assolve alla funzione primaria di proteggere. Forzando questo significato originale del temine padre come “custode della famiglia”, si potrebbe pensare a quest’ultimo come un “secondo utero” che protegge l’intera famiglia. Il padre allora non è originariamente sinonimo di dominio, semmai di protezione. La funzione primaria del padre non è quella di dominare la vita, ma di proteggerla e preservarla. Il padre “salva” la vita, ossia la custodisce e la sostiene. La parola “salvare” qui bisogna intenderla come ciò che proteggendo e salva-guardando favorisce la crescita della vita nel suo iniziale fiorire. Tale salvaguardare non è quindi orientato ad un controllo che ha come fine il dominio oppressivo nei confronti della vita, semmai sorvegliare nel senso del custodire la sua crescita e favorirne il suo autentico sviluppo, secondo la dinamica propria della cura (Sorge). Insomma custodire, inteso come salvare, significa curare la vita in modo che sia “libera” di disvelare la sua specifica natura.
Ma allora come è possibile che da questa descrizione così edulcorata della natura del padre si possa invece passare a quella in cui il padre diventa dispotico nei confronti della vita, così come lo troviamo nel patriarcato? Come è possibile passare da una forza che protegge e lascia crescere ad una che violenta e deprime la vita? E quindi anche, come è possibile passare da una bolla sonora del padre che favorisce la vita ad una che invece la deprime?
Non si tratta qui di tentare di descrivere puntualmente la deformazione che subisce tale natura dell’essere padre quando segue le linee mortifere del patriarcato più severo, semmai accennare a degli aspetti che potrebbero essere paradigmatici in questa trasformazione.
Ritorniamo all’aspetto dell’essere padre che salvaguarda la libera crescita della vita. Cos’è che rende primariamente possibile tale crescita e che invece è negata nel patriarcato? In una parola: l’ascoltodi ciò che cresce. Le maglie severe della cultura patriarcale sono tali perché non si pongono in ascolto di ciò che custodiscono, ma impongono alla vita di seguire una propria idea astratta di crescita. Deformano la spontanea crescita di quest’ultima, in modo da snaturare la vita stessa, dominano la vita perché si imponga un’unica direttrice di come si debba vivere, indipendentemente da come “è” in sé stessa ciò che subisce tale imposizione. In tal modo, proprio quella “pelle” protettiva che dovrebbe salvare la vita che protegge, diventa la gabbia esistenziale che la fa morire, che la svilisce fino a negarne del tutto la crescita spontanea.
Si comprende bene, allora, come proprio la sfera sonora dell’esistenza ci possa dare un prezioso contributo nella delimitazione dell’essere padre. Partire infatti dall’ascolto del padre, favorito o negato, ci testimonia che i suoi suoni sono qualificati primariamente dal “modo” in cui è in grado di ascoltare i suoni della vita che inizia a crescere. Possiamo allora marcare un punto di cesura tra l’essere padre nelle maglie severe del patriarcato rispetto all’essere padre al di là di esso: la possibilità dell’ascolto è ciò che determina di volta in volta tale cesura. Si parla di “possibilità” perché, come per la madre, l’essere padre è il frutto di una scelta che si costituisce di volta in volta. Ogni padre può scivolare nell’abito del patriarcato, ma allo stesso modo è sempre nella condizione esistenziale di potersi tirare fuori da tale “abito”. Se è vero che l’esistenza umana è una possibilità gettata da cima a fondo, questo non può non valere anche per l’essere padre.
Ma cosa significa allora fondare in primo luogo i suoni dei padri sull’ascolto? Cos’è primariamente l’ascolto? Semplicemente essere aperti alla vita ed accoglierla così come si manifesta. È senz’altro vero che perlopiù noi pensiamo al padre come colui che detta le norme del vivere, impone la legge alla vita, solo che quest’imposizione non tiene conto di una possibilità intrinseca nell’essere padre, ossia che la legge, se condizionata dall’ascolto, potrebbe sempre essere riconfigurata a partire dalla vita di cui si prende cura.
Proviamo a chiarire quello che è stato detto con un aspetto che spesso emerge nei suoni dei padri: quello del divieto, il dire che dice “no!”. In effetti, la legge spesso si configura come ciò che vieta un’azione, piuttosto che favorirla. La legge ci dice quello che non possiamo fare, censura determinate azioni considerate come nocive. La legge limita le nostre azioni entro determinati confini, disciplina il nostro desiderio pulsionale. Quand’è allora che la legge non è la negazione dell’ascolto, ma una conseguenza di quest’ultimo? Quando insomma dire “no!” non è una limitazione della vita ma ciò che la favorisce? Forse quando la legge del padre si costituisce proprio per favorire la vita limitando ciò che la renderebbe sterile e mortifera. Solo quando la legge del limite induce la vita a scartare ciò che alla fine la svilirebbe, si configura come la legge che proviene dall’ascolto e non dalla sua negazione. Ma questo significa affinare primariamente la capacità d’ascolto che ogni padre dovrebbe progressivamente potenziare. È evidente però che si tratta di un’impresa oltremodo ardua quella di nutrire progressivamente il proprio ascolto, costa tanta fatica e richiede un costante mettere in discussione le proprie posizioni. Spesso risulta più “facile” imporre la propria legge, presupponendo che essa sia comunque la cosa migliore per la vita che sta crescendo, al di là dell’autentica natura di ciò che sta fiorendo. In tal senso, il crinale tra la legge cieca e la legge proveniente dall’ascolto è particolarmente scivoloso e in un attimo le migliori intenzioni possono tramutarsi nella prassi di un despota.
Un secondo aspetto in cui la legge che incarna il padre rimane essenziale nella crescita della vita è quello di favorire il progressivo distacco della nascente vita dalla figura centrale della madre. La psicoanalisi vede come essenziale il ruolo del padre che scinde il rapporto simbiotico tra madre e figlio. Tale scissione si articola nella forma del divieto dell’incesto, in cui il desiderio del figlio o della figlia viene progressivamente vanificato. Si tratta di una sorta di castrazione del rapporto tra madre e figlio. La psicoanalisi ci conferma che tale simbolica e traumatica castrazione è un passaggio centrale verso l’autonomia del desiderio della nuova vita, che altrimenti rimarrebbe catturato all’interno di un desiderio incapace di trovare quello spazio di libertà essenziale per individuare la sua specifica forma di vita. Anche qui è in opera la legge del limite del padre, un imporre il “no!” a un rapporto che “con-fonde” le due figure della relazione “madre-figlio” o “madre-figlia”. In questo modo la nuova vita progressivamente apprende che il mondo è sì una rete di legami, ma anche un insieme di limiti che de-limitano gli stessi legami. Il rapporto madre-figlio è un’eccedenza che rischia continuamente di costituire o ricostituire un’unità inscindibile tra i due, di far dileguare appunto questo “tra” delle figure del rapporto simbiotico. Tale eccedenza è sempre nel rischio di risucchiare le due figure nel vortice dell’indistinto. In tal senso, non solo la madre può inaugurare un progressivo processo di distaccamento, ma proprio il padre può agevolare tale scissione, limitarne l’eccedenza, “trasfigurando” il legame simbiotico in un legame simbolico che permetta alle due figure di ricostituire la propria autonomia. In effetti è proprio il suono delle parole del padre che può favorire tale passaggio dal simbiotico al simbolico. Proprio la parola simbolo, a ben vedere, indica sì un legame, ma un legame spezzato come le due parti di un contrassegno che quando si congiungono si riconoscono. Ma tale riconoscimento può avvenire solo a partire da un legame che si è in precedenza lacerato. È forse per questo che il lavoro di scissione da parte del padre non può che avvenire se non nella forma di uno stato di sofferenza, di frustrazione, ed è sempre a partire da questo lavoro di scissione che emerge quella naturale avversione dei figli nei confronti dei padri.
Tale separazione da parte delle voci dei padri può avere un ruolo essenziale nella crescita della nuova vita. Non solo la scissione e la conseguente rielaborazione del legame tra la madre e la nuova vita rende possibile una progressiva individuazione della natura di quest’ultima, ma apre la vita che fiorisce al mondo stesso. Si potrebbe dire che se i suoni delle madri rendono possibile il riconoscimento del valore intrinseco della nuova vita, la scissione messa in opera dai suoni dei padri danno la possibilità a questa vita di esporsi verso il mondo stesso. La madre con il suo infinito amore instilla nella nuova vita la sensazione di valere in modo assoluto, il padre invece apre questa vita al mondo stesso, lo conduce verso l’aperto della vita, ed è forse anche per questo che il compito del padre è anche quello di istituire dei limiti in questo entrare nel mondo.
Ma qual è la funzione benefica di istituire dei limiti da parte delle voci dei padri? I limiti sono benèfici non quando impongono alla nuova vita di rimanere vincolati nelle maglie severe dei divieti, semmai quando diventano un trampolino per il loro stesso superamento. La crescita della vita consiste spesso nel superamento degli ostacoli che si frappongono in questo percorso. Il limite quindi può diventare un modo efficace in cui la vita si rafforza nel suo percorso di crescita.
Ecco allora come quel dire “no!” crea le condizioni benefiche per dire “sì!” alla vita e alle sue possibilità.
La madre trasmette l’amore incondizionato per la vita, il padre conduce la nuova vita a rafforzare un senso di autostima mediante il progressivo superamento dei limiti che si frappongono in questo rigoglioso percorso di crescita nell’aperto del mondo. A ben vedere, in effetti, inizialmente il mondo della nuova vita consisteva nella stessa voce materica della madre, era quest’ultima che incarnava il mondo, ma tale mondo necessita di essere trasceso in modo da non rimanerne risucchiato, ed è qui che adesso agisce il lavoro di distacco del padre che conduce la nuova vita ad entrare progressivamente nel mondo e che, inizialmente, percepiva solo attraverso la materialità sonora ed amorevole della madre. Si tratta di una seconda nascita da parte della nuova vita. Nella prima nascita il bambino emerge dal corpo-mondo della madre rimanendo però profondamente legato a quel corpo materno; nella seconda nascita il bambino viene condotto nell’aperto grazie alle cure attente ed amorevoli del padre che trasformano il rapporto madre-figlio non più in una relazione simbiotica ma simbolica. Infatti ad ogni allontanamento del figlio o della figlia dalla madre corrisponde sempre un ritorno a lei, alla sua casa originale. Questo significa allora che è solo in questo superamento del limite che si guadagna da parte della nuova vita la sua stessa libertà, libertà in primo luogo come distacco dalla madre, intesa originariamente come unico mondo del bambino.
Ora, tutto quello che si è appena detto può trovare una possibile obiezione in questa considerazione: è possibile che questo ruolo da parte del padre di operare mediante le sue parole una sofferta separazione possa valere per il passato, ma oggi non ci troviamo di fronte ad una evaporazione della figura del padre? Non è oggi il tempo in cui il patriarcato sta esalando i suoi ultimi respiri? E non dovremmo considerare tutto questo come una benefica evoluzione dell’essere padre?
La frana del patriarcato è certamente un evento auspicabile anche se rimane la questione se un accadimento epocale come questo non richiederà un tempo ben maggiore di alcuni decenni. Dopotutto il patriarcato ha dominato la civiltà europea per diversi millenni, contaminando linguaggi, pensieri ed azioni e non credo che un periodo così breve come il nostro possa determinare un superamento così gigantesco, tale da essere equiparabile alla “morte di Dio” come annunciato da Friedrich Nietzsche. In effetti, proprio la morte di Dio e l’evaporazione della figura del padre patriarcale sembrano seguire un unico processo di progressivo tramonto.
Ma allora, riprendendo un testo di Recalcati, cosa resta del Padre? Cosa resta della sua figura e del suo compito in un mondo liquido come il nostro, in cui la solidità dei ruoli sociali sembrano sgretolarsi inesorabilmente?
Sempre Recalcati, seguendo la grande lezione di Lacan, ci suggerisce che ciò che resta del padre sia la sua stessa concreta “testimonianza”. Tale testimonianza si esplica come desiderio rispetto alla legge. La testimonianza è lasciare traccia di sé nella nuova vita, ma tale traccia non è semplicemente la testimonianza di una legge del patriarcato, semmai “un desiderio che si realizza rispetto alla legge”, ovverosia un desiderio che si realizza tenendo conto dei limiti che la vita di volta in volta pone al desiderio stesso. Dai nostri padri noi apprendiamo, tra le tante cose, la capacità di realizzare noi stessi in un costante superamento dei limiti che sempre incontriamo nel nostro cammino di vita. Con la loro testimonianza esemplare, i suoni dei padri non ci insegnano semplicemente come è “fatto” il mondo ma come possiamo “muoverci” in esso in modo da poter realizzare noi stessi.
Ma questo non vale anche per le madri e i loro suoni? Certamente. Essere padri o madri non è solo una questione di genere. Più volte si è detto che in ognuno di noi vi è un femminile e un maschile, in ognuno vi è una tendenza alla cura propria del femminile, come anche una cura propria del maschile. La terra fa emergere e preserva in questa emersione, il mondo apre e disvela ciò che emerge dalla terra stessa. Terra e mondo, femminile e maschile, concorrono assieme allo schiudimento della vita.
I suoni dei padri indicano la via della crescita della nuova vita, non tanto o non più come un comando, semmai mediante la stessa testimonianza del loro cammino di vita. Ma tale testimonianza sonora diventa davvero il terreno fertile in cui può crescere la nuova vita, solo quando non ha la pretesa che la nuova nascita segua le orme del padre, semmai quando mediante la sua esemplarità insegna al figlio o alla figlia di seguire con forza e coraggio il proprio cammino di vita. Aprire un varco all’interno del mondo in modo che la nuova vita possa crearsi il proprio solco, la propria via, il proprio passo di danza.
Francesco Cardone




