Vi è un filo d’oro che da sempre lega l’esperienza artistica alla dimensione erotica della vita. Si potrebbe facilmente riprendere una storia delle diverse concezioni del fenomeno artistico che traccia il cammino della civiltà occidentale, mostrando come tale storia sia stata sempre intrecciata con l’erotico, a patto però di non risolvere l’eros in una semplice dimensione meramente sessuale dell’esistenza. Seguendo questo filo conduttore si potrebbe allora cogliere l’intreccio che da sempre lega lo specifico fenomeno musicale con la dimensione erotica della vita, cogliendo forse che tra musica ed eros l’intreccio sia ancora più profondo e primordiale.
Prima di tracciare un breve cammino di questo intreccio tra eros e arte che attraversa la storia della cultura occidentale, proviamo ad accennare la vastità della dimensione erotica dell’esistenza rispetto alla sua povertà che abbiamo quando riduciamo l’eros a un semplice impulso sessuale.
La parola “eros” deriva dal greco ἔρως che possiamo tradurre con la parola latinaamor, ossia amore, inteso come desiderio amoroso o anche desiderio appassionato. Questo ci fa capire che l’erotico è prima di tutto un desiderio che ci stimola e ci mette in movimento. Il desiderio, in effetti, come lo spettro delle nostre emozioni, è qualcosa che primariamente ci trasporta indipendentemente dalla nostra coscienza e dal suo potere che esercita sulla nostra vita. Il desiderio appartiene ad una dimensione della vita che precede lo sviluppo delle nostre facoltà intellettive “superiori”, quelle cioè di cui abbiamo un controllo, come il pensare, l’argomentare. Il desiderio non appartiene alla sfera esistenziale di cui possiamo coscientemente esercitare una sorta di dominio. Il paradosso di questa dinamica è che il piacere che scaturisce dal desiderio non è limitato da questa mancanza di controllo, semmai è proprio questa mancanza di controllo che amplifica il piacere associato al desiderio erotico, ossia il piacere nel sentirci “trasportati” da “qualcosa” che non dipende propriamente da noi, dalla nostra “volontà” cosciente. Il che implica una evidente differenza tra “volontà” e “desiderio erotico”. Quando pensiamo alla volontà, la associamo ad un fenomeno della nostra esistenza di cui ci sentiamo pienamente padroni, sentiamo come intelletto e volontà siano pienamente intrecciati, quando invece pensiamo al desiderio entriamo in una dimensione della nostra esistenza in cui l’intelletto non riesce più a sentirsi signore del desiderio, come se quest’ultimo accadesse indipendentemente dalla nostra volontà. Nella volontà sentiamo di essere padroni della nostra esistenza, nel desiderio sentiamo di essere trasportati da qualcosa che non dipende da noi. Ovviamente il desiderio erotico rientra in questa seconda possibilità.
Si tratta adesso di capire sommariamente lo spettro di significati che ha il desiderio erotico di cui quello propriamente sessuale ne è solo una possibilità. È da millenni che il pensiero occidentale concorda sul non appiattire il desiderio erotico al semplice desiderio sessuale che ha come fine la mera riproduzione. Il desiderio erotico si presenta come un fenomeno enormemente più esteso. A ben vedere erotico non è semplicemente l’atto sessuale in sé, ma coinvolge una gamma di esperienze infinitamente più estesa: erotico è il suono della voce sussurrata con parole dolci che smuovono l’animo; erotico è l’abbandono che proviamo quando ci perdiamo negli occhi dell’altro; erotico è il caldo respiro di chi ci sta vicino; erotica è la sincronia dei rispettivi battiti del cuore che accade quando i corpi si intrecciano; erotica è l’empatia che proviamo quando viviamo le emozioni dell’altro come un fiume che attraversa due corpi legati dal desiderio; erotico è il corpo dell’altro che perde il carattere di un mezzo per il nostro piacere, per diventare un mondo da visitare con animo gentile e curioso, un mondo in cui perdersi e ritrovarsi; ma erotico è anche il legame che si ha quando una madre allatta il proprio figlio; erotico è anche il sentire il vento che accarezza il nostro corpo provando una profonda connessione con tutto quello che ci circonda; erotica è anche l’esperienza che facciamo quando ci immergiamo nella contemplazione estatica di un’opera d’arte; erotica, in sostanza, è la vita quando cresce e dona se stessa. In tutte queste occasioni, come in infinite altre, ciò che diventa rilevante è la piacevole sensazione di essere trasportati da qualcosa che non dipende da noi, che accade semplicemente e richiede la nostra partecipazione. In un certo senso l’erotico è una “chiamata” che sommuove la vita, la mette in cammino verso se stessa, è ciò che muove la vita verso il suo percorso di crescita e non si esaurisce semplicemente nel prendere ma anche nel donare; come in un rapporto amoroso dove i due amanti sono “chiamati” a ricevere piacere solo nella misura in cui danno se stessi all’altro. Nello scambio tra dono e contro-dono, infatti, l’erotico ha la peculiarità di far avvenire i due desideri nello stesso evento; non vi è alcun obbligo nel darsi reciproco e questo forse perché il darsi all’altro, come anche quello di ricevere dall’altro, non è sotto il nostro controllo; non si tratta semplicemente di sentirsi in obbligo di dare piacere all’altro perché si è provato piacere in precedenza, il gioco dei desideri sta proprio nel con-fonderli, nel superare la soglia che separa il desiderio dell’uno rispetto all’altro, ed è forse anche per questo che parlare dell’erotico significa parlare di un’esperienza limite in cui si tocca la follia. La mania amorosa ci mostra che nel desiderio erotico i due soggetti coinvolti sono attratti l’uno dall’altro e, proprio tale attrazione, tende ad abbattere le barriere che separano i due poli del desiderio, la soglia che li separa si sbriciola e l’unica cosa che sentono è essere trasportati l’uno nell’altro. Il desiderio erotico ha dunque la forma di un “evento” che accade in questo gioco in cui il “proprio” è “tras-propriato” nell’altro indipendentemente dalla nostra volontà cosciente: semplicemente accade.
Ora, proprio la follia erotica possiamo rintracciarla nell’esperienza dell’arte. Quando contempliamo un’opera d’arte che ci coinvolge tendiamo ad immergerci in essa, allo stesso modo però facciamo breccia dentro di noi e lasciamo che l’opera ci visiti. In un certo senso l’opera perde i connotati di essere un oggetto di fronte ad un soggetto. Non si tratta semplicemente di un oggetto che guardiamo, apprezzandone la fattura, la perfezione formale, il genio dell’artista impressa nell’opera. Non è a questo livello che si costituisce l’autentica fruizione artistica, c’è infatti molto di più che è in gioco nella contemplazione dell’arte. Intanto la fruizione artistica “accade” sempre con una ricaduta emotiva da parte di chi fruisce l’opera. Noi siamo “attratti” dalle opere d’arte non semplicemente perché ne cogliamo gli aspetti formali – ovviamente c’è anche questo -, ma viene quasi sempre dopo un primo incontro in cui è la nostra sfera emotiva che esercita una sorta di attrazione per l’opera che ci coinvolge. Solo quando questa attrazione inesplicabile si è attivata, possiamo approfondire gli aspetti formali dell’opera, apprezzarne la perfezione armonica, cogliere come i singoli aspetti tendano ad unificarsi in un’unica immagine, intravedere il sotto-testo nascosto dell’opera. Ma tutto questo accade solo quando l’attrazione si è già attivata. E infatti nel gioco della fruizione artistica tra soggetto e oggetto accade che non semplicemente il soggetto tende ad immergersi nella trama dell’opera, come se volesse letteralmente abitare all’interno di essa, allo stesso modo lasciamo che sia l’opera stessa a entrare dentro di noi, lasciando che risuoni nella nostra più intima profondità e creando un magma di emozioni che possono essere anche contrastanti come gioia e inquietudine. In effetti, la parola “meraviglia”, che per Aristotele incarna lo stato d’animo che inaugura l’esperienza filosofica, ha a che fare con una primordiale esperienza artistica. Meraviglia infatti deriva dalla radice greca θαῦμα che traduciamo con “stupore”, ma anche con “terrore”, “inquietudine”. Ebbene è proprio questo complesso di stati emotivi che è in gioco nella fruizione artistica. Un’opera ci meraviglia e allo stesso tempo ci inquieta, tende cioè a far franare le certezze della nostra quotidianità, sbriciola l’apparente controllo che sentiamo di avere nei confronti della nostra esistenza, ci trasporta fuori di noi e allo stesso tempo ci catapulta nelle nostre oscure profondità. Ma non è proprio questo che accade quando proviamo un profondo desiderio erotico nei confronti di un’altra persona? Vivere un reciproco e profondo desiderio erotico non sommuove la nostra anima creando meraviglia e inquietudine? In effetti proviamo una profonda attrazione nei confronti dell’altro ma allo stesso tempo quell’attrazione crea un sommovimento della nostra interiorità, ci inquieta perché fa emergere parti di noi che tendiamo a nascondere e allo stesso tempo sconvolge il nostro quotidiano, l’ordine che pensavamo di poter esercitare sulla nostra vita si frantuma, facendo emergere lo straordinario che non ci aspettavamo e a cui non riusciamo a resistere, come un vento che trascina la nostra barca in mare aperto in un turbinio di tempeste e paesaggi meravigliosi, e tutto questo ci attrae in modo incontrollato.
Platone nelSimposioci mostra che l’esperienza erotica della conoscenza si esplica come una scala ascendente che ha il suo inizio nel desiderio erotico che proviamo nei confronti della persona di cui sentiamo un’attrazione e il suo culmine nella contemplazione estatica dell’idea di bellezza. Credo che però in tutti i gradini di questo cammino della conoscenza costante rimanga il tema della mania amorosa, come uno stato emotivo che accompagna le nostre graduali esperienze verso la verità stessa. La mania platonica descritta nelFedroevidenzia come il desiderio erotico trascende la vita ordinaria, trasformando la nostra esperienza conoscitiva in qualcosa di “divino”. In fin dei conti la stessa parola “filosofia” indica non tanto il contenuto del sapere filosofico, semmai lo stato d’animo di chi si incammina verso la sapienza, ossia il desiderio amoroso nei confronti della conoscenza. Per Platone l’esperienza della bellezza, dai suoi gradi più terreni fino alle vette in cui si trova l’idea stessa della bellezza, è sempre una forma di desiderio erotico. IlSimposio, in effetti, è un elogio nei confronti della figura centrale diErose proprio nell’ultima parte del dialogo platonico il personaggio Alcibiade, perdutamente trasportato dal desiderio erotico nei confronti di Socrate, paragona i discorsi di quest’ultimo alle seduttive e irresistibili melodie del satiro flautista Marsia, evidenziando ancora una volta l’indissolubile legame che vi è tra arte e desiderio erotico.
Se Platone indica l’inizio della riflessione filosofica di questo indissolubile intreccio tra desiderio erotico e arte, Freud ne rappresenta in un certo modo il culmine. Non solo perché la fruizione artistica può essere chiarita come una sorta di sublimazione della pulsione sessuale che trova vie diverse per potersi realizzare, ma se provassimo a riprendere la riflessione sul carattere delPerturbante(Das Unheimliche) che l’esperienza artistica suscita in noi, si mostrerebbe quanto sia profonda la dimensione erotica dell’arte. Letteralmente la parola tedescaDas Unheimlichesignifica “infamiliare”, “non confortevole”, “non patrio”. La radice della parola èHeimche significa “casa”. Il perturbante (Das Unheimliche) è tale perché ci trasporta in un’esperienza straniante, inconsueta, non abituale. Ma perché l’arte, suscitando in noi qualcosa di perturbante, ci attrae? Semplicemente perché l’arte risveglia in noi ciò che abbiamo rimosso nel nostro inconscio. L’arte è l’eco della parte più profonda della nostra psiche che abbiamo in precedenza rimosso rendendola estranea a noi stessi. Nell’infamiliare dell’arte si nasconde l’infamiliare di noi stessi che, a ben vedere, è la cosa più familiare della nostra natura, nel senso che rappresenta il lato più profondo della nostra esistenza. È dunque la rimozione che rende il più familiare, ciò che costituisce la vera natura di noi, qualcosa di estraneo a noi stessi. Ed è sempre per questo che l’arte, risvegliando questa parte oscura di noi, produce questo doppio stato d’animo: da una parte ne siamo attratti, dall’altra proprio questa attrazione produce una profonda inquietudine. Il desiderio erotico, come si può notare da quello che si è detto in precedenza, non si risolve nel semplice desiderio per un oggetto estraneo alla nostra natura più profonda, anzi si può affermare che il desiderio erotico si attiva quando fa vibrare le corde più nascoste del nostro essere, ed è proprio per questa oscura vibrazione che l’attrazione si accompagna sempre con una radicale perturbazione del nostro animo. Essere attratti da ciò che ci perturba significa essere attratti dalla parte oscura e profonda della nostra vita, quella parte che frantuma l’ordinario e ci catapulta nello straordinario, in particolare nello straordinario che celiamo dentro di noi. Si può allora cogliere la profonda vicinanza che sussiste tra il desiderio erotico nei confronti di una persona e il desiderio erotico nei confronti dell’arte. Non è un caso che Erich Fromm, scrivendo dell’amore, abbia sintetizzato le sue riflessioni con l’espressione “L’arte di amare”. In effetti, quando il nostro desiderio erotico si alimenta mediante un legame che proviamo per un’altra persona, subiamo lo stesso mutamento dell’animo: il quotidiano cade a pezzi, siamo trasportati da una passione che stravolge in nostri canoni esistenziali, vediamo le cose e noi stessi con occhi diversi, come se ci fossimo risvegliati dopo un lungo sonno. Il risveglio però di queste pulsioni nascoste ci procura anche una dirompente inquietudine, sentiamo che quella dimensione ordinaria della nostra esistenza sta franando, sentiamo che quel desiderio erotico per quella specifica e unica persona mette in discussione tutte le nostre certezze passate, ed è come se una follia rimossa del nostro animo si facesse largo dentro di noi. Non è un caso che gli amanti quando manifestano reciprocamente il loro amore utilizzino espressioni dove si manifesta la follia: “ti amo follemente”, “mi fai impazzire”, “sono pazzo di te”. Attrazione e inquietudine sono aspetti centrali del desiderio amoroso, e sono tali perché risvegliano la follia che si cela dentro di noi, così come nel primo Nietzsche le maschere di Apollo nascondono e allo stesso tempo rivelano l’abisso dionisiaco.
Ma cosa accade quando il desiderio erotico si intreccia con il mondo sonoro della musica?
Schopenhauer insiste nella sua opera maggiore,IlMondo come volontà e rappresentazione, sulla centralità della musica nella capacità dell’arte di rappresentare l’essenza della vita, lavolontà di vivere. La musica è centrale perché, a differenza delle altre forme d’arte, non manifesta un aspetto della volontà di vivere, ma è la diretta manifestazione dell’intera essenza delle cose. L’essenza della vita di cui parla Schopenhauer è un impulso irrazionale che innerva la vita stessa, è ciò che alimenta ogni aspetto della vita. La musica, quindi, fa questo non attraverso la mediazione delle idee, delle forme intelligibili che l’intelletto impiega per dare forma alle opere d’arte, ma immediatamente. Crea cioè una sorta di cortocircuito tra suono e volontà di vivere, come se i suoni fossero la voce stessa dell’essenza della vita. Si può allora intuire perché il desiderio erotico proprio nel fenomeno musicale raggiunga l’apice dell’esperienza artistica. Nelle altre forme d’arte vi è sempre un aspetto intellettuale che veicola il nostro desiderio erotico, nel senso che il coinvolgimento erotico accade grazia ad una parziale comprensione degli aspetti formali di essa, nella musica invece la comprensione degli aspetti formali subentra dopo una prima esperienza in cui è la dimensione inconscia e irrazionale ad essere sollecitata dall’ascolto. Noi tendiamo perlopiù ad approfondire gli aspetti meramente razionali di una composizione solo “dopo” che l’opera in modo ineffabile ci ha catturato. Ebbene questa cattura ha la natura del canto delle sirene presente nell’Odissea, e proprio quel canto ineffabile fa sprofondare Odisseo nella follia, nel desiderio erotico a cui ha potuto resistere solo perché si era preventivamente legato all’albero della nave. Nell’esempio omerico troviamo due aspetti contrapposti dell’esistenza umana: da una parte il carattere prometeico dell’uomo che prevede il potenziale “pericolo” del canto ammaliante delle sirene, ponendo una distanza nei suoi confronti; dall’altro il carattere dionisiaco che è radicalmente trasportato dal canto, e quindi attratto da quel “pericolo”, dall’abisso erotico che il canto incarna. Ma il punto essenziale è che quell’abisso erotico del canto attrae follemente Odisseo perché fa risuonare la sua interiore follia erotica, fa risvegliare e risuonare il suo canto interiore: il carattere “anarchico” del desiderio erotico delle sirene risveglia l’abisso “anarchico” del desiderio erotico di Odisseo. Il punto essenziale allora del desiderio erotico nell’esperienza musicale è che la musica fa vibrare le corde della nostra più profonda e oscura interiorità, non si tratta cioè di assorbire semplicemente il suono, ma di sollecitare la voce sopita che già è presente dentro di noi.
Più volte, nei miei contributi precedenti, si è insistito sul fatto che il nostro corpo, la nostra stessa esistenza sia una sorta di bolla vibrazionale che entra in simpatia, in sintonia, con il mondo sonoro esterno. La musica, dunque, amplifica tale fenomeno simpatetico che costituisce la nostra stessa natura, a partire dal battito del cuore di nostra madre. Quando Schopenhauer parla della peculiarità della musica di far emergere tutta intera la volontà di vivere, l’impulso nascosto che vivifica ogni cosa, probabilmente fa riferimento alla profonda vicinanza tra il fluire della musica e il fluire delle nostre emozioni. In fin dei conti è proprio il nostro corpo emotivamente vivificato che squarcia per Schopenhauer il velo di Maya e ci fa cogliere l’impulso che genera e governa i nostri organi, come l’impulso della fame che genera e governa il nostro apparato digerente o l’impulso sessuale che genera e governa il nostro apparato genitale. Si tratta allora di riprendere quell’intreccio originario tra musica ed emozioni per comprendere quanto sia centrale il rapporto tra musica e desiderio erotico.
Il desiderio erotico è, in fin dei conti, un desiderio che si alimenta di profonde emozioni e si muove verso di esse. Questo significa che il desiderio erotico non ha una meta che differisce dal cammino del desiderio stesso: meta e cammino sono un tutt’uno nel desiderio erotico. Quest’ultimo, quindi, è sia un generatore di emozioni sia un desiderio di emozioni. Ma non troviamo qualcosa di simile nell’ascolto della musica? Nell’esperienza musicale noi siamo mossi dal fluire dei suoni e l’appagamento emotivo non ce l’abbiamo quando l’opera raggiunge il suo termine, semmai durante questo cammino stesso. Il desiderio erotico nella musica si appaga nel mentre si lascia trasportare dai suoni, sente di essere immerso in questo fluire e allo stesso tempo si sente penetrare da questo magma. Il desiderio, allora, consiste non solo nel lasciarsi trasportare ma anche nel volere che questo trasporto accada, e questo volere si esplica intenzionalmente nell’accogliere dentro di sé il fluire della musica. Non vi è mai pura passività nell’ascolto perché richiede, per essere un ascolto profondo, il nostro atto di accogliere ciò che ascoltiamo. Si potrebbe pensare che in questa “intenzionalità” riemerga il ruolo della volontà di cui dovremmo essere padroni, però questo volere cosciente non è mai un atto originario, non è la conseguenza di un “ragionamento”, semmai quest’ultimo si mette in moto solo quando il desiderio erotico ci ha già trasportati nella tempesta delle nostre emozioni.
Un ultimo aspetto che conferma la vicinanza significativa tra desiderio erotico ed esperienza musicale riguarda l’impossibilità di colmare definitivamente il desiderio. Jacques Lacan, nel cercare di trovare una parola che possa raccogliere il senso complessivo dell’esperienza erotica, usa la parola franceseencore(ancora). Desiderare ed amare una persona implica un non essere mai appagati, mai sazi di quella persona, ma questo può accadere solo quando l’incontro amoroso che costantemente si rinnova è sempre nuovo, mai la tediosa ripetizione di se stessa. Il desiderio erotico allora si rinnova costantemente perché non si esaurisce il “sorprendente” che l’incontro porta con sé, ed è solo per questo che gli amanti dicono “ancora”, “ancora…ancora”. Spesso gli amori terminano perché non si è più capaci di rinnovare quell’incontro, non si è più capaci di sommuovere il proprio e altrui desiderio, si diventa sazi e allora tutto diventa ordinario e ripetitivo, facendo dileguare il “pericolo” che originariamente aveva attratto e inquietato gli amanti. Ma questo “ancora”, che è il modo in cui desiderio amoroso sempre si alimenta, non è un aspetto centrale anche dell’esperienza erotica della musica? Quante volte ci è capitato di ascoltare lo stesso brano musicale e non esserne mai sazi? Eppure la ripetizione dell’ascolto del medesimo brano dovrebbe portare alla noia. Perché allora continuiamo a dire “ancora” e “ancora di nuovo”? Il brano musicale è certamente lo stesso, eppure ogni volta cambia qualcosa, lo straordinario che l’ascolto suscita non si esaurisce mai. Ogni volta percepiamo qualcosa di diverso, ma soprattutto ogni volta percepiamo qualcosa di diverso in noi stessi. È come stare di fronte ad uno specchio in cui la nostra figura si moltiplica all’infinito, anche se apparentemente la figura è sempre la stessa. Ascoltiamo laNonasinfonia di Beethoven in un certo momento della nostra esistenza e questo incontro perturbante rivela contemporaneamente qualcosa di sorprendente sia nell’opera sia in noi, poi dopo un determinato periodo riascoltiamo la medesima opera, magari la medesima interpretazione, e qualcosa di diverso ci sorprende. È come se l’ascolto (l’incontro) più che nella forma della ripetizione si costituisse nella forma dell’Evento(Ereignis). La differenza che sussiste tra ripetizione ed evento sta nel fatto che nel primo semplicemente si ripete il medesimo accadimento, nel secondo si rinnova il mondo. L’evento riconfigura presente, passato e futuro, nel senso che l’evento, come un urto che tocca le corde più profonde del nostro essere, muta il senso non solo di quello che accade ma anche di quello che è già accaduto e di quello che potrebbe accadere. A differenza della ripetizione, l’evento è nella forma della “rivelazione”. Certo di primo acchito tutto sembra ripetere la stessa scena, gli stessi suoni, le stesse emozioni, eppure non esaurisce mai la possibilità che qualcos’altro possa emergere.
Detto per inciso, se provassimo a riprendere le due pulsioni che per l’ultimo Freud costituiscono la natura dell’uomo, ossia la pulsione erotica e la pulsione di morte, potremmo cogliere che l’evento dell’incontro tra fruitore e opera d’arte o tra gli amanti, rinnovando costantemente il mondo, determinano il più potente argine contro le istanze della pulsione di morte. È certamente vero che il perturbante dell’arte e del desiderio erotico in generale fa morire le certezze ordinarie dell’esistenza, ma questa morte può diventare il terreno fertile in cui la vita è nella condizione di rinascere più rigogliosa e forte di prima.
In conclusione, solo nella misura in cui l’esperienza musicale è sempre nella condizione di rinnovare se stessa, il desiderio erotico permarrà come tale; solo nella misura in cui gli amanti possono rinnovare il loro incontro, il fuoco del desiderio non si spegnerà mai. Il desiderio erotico sia degli amanti sia dell’ascolto continuerà ad esistere solo fin quando l’evento continuerà ad accadere.
Mi permetto di lasciare il link di una mia giovanile composizione musicale in cui ho cercato di esprimere il desiderio erotico di due amanti che si abbandonano l’uno nell’altro:
Francesco Cardone




