Terrorismo, antisemitismo e neolingua: sul crinale di una catastrofe di senso

Il retore e filosofo Gorgia quasi duemila e cinquecento anni fa riteneva che il linguaggio fosse lo strumento di persuasione più potente a disposizione dell’uomo, uno strumento che non dice la verità, ma condiziona le coscienze, alterando la percezione e il giudizio delle persone. Forse l’uomo nella storia culturale ha sempre vissuto sul crinale di una “catastrofe di senso”, in cui il significato delle parole si è periodicamente trasformato secondo la retorica del potere costituito, deformando il legame tra significato e realtà percepita. È accaduto tante volte in passato che le parole assumessero significati in funzione della retorica dominante, atte a dare “corpo” ai pensieri, a modificare il peso emotivo delle percezioni e dei giudizi, e anche oggi accade qualcosa di “simile, ma non uguale”. “Simile”, perché la catastrofe di senso che stiamo vivendo sta letteralmente formando le coscienze per prepararci a uno stato di guerra permanente, come è accaduto tante volte in passato – basterebbe ricordare la catastrofe di senso e la retorica del potere nell’Europa prima del trauma della Grande Guerra -; “non uguale”, perché i contesti sociali, geopolitici, economici, culturali e tecnologici attuali sono diversi dal passato, nuove frontiere di senso si stanno schiudendo nelle nostre frenetiche vite e, conseguentemente, diversa sarà la “logica” della retorica del potere che favorirà questa nuova catastrofe del significato delle parole.

Ma in cosa consiste questa nuova catastrofe di senso? Il significato delle parole sta subendo una drammatica frattura, in cui il senso residuale costantemente reiterato consiste sempre di più in unorientamentoall’interno del corpo sociale che obbliga a schierarsi dentro uno spazio semantico della comunicazione, costituendo unethosbipolare tra il “bene” e il “male”. La parola “terrorismo”, centrale in questa nuova catastrofe di senso, produce un’obbligazione assillante all’interno del corpo sociale, costituendo in questo modo il suo perdurante “significato”, nel senso che, più che determinare una prassi codificata, la parola “terrorismo” genera uno specifico ordinamento sociale che discrimina chi è fuori dall’“ordine costituito” rispetto a chi vi è dentro, ed è nella soglia tra il fuori e il dentro di questo spazio semantico che si incunea la parola “terrorismo”. Questo significa che non è tanto la definizione semplice di “terrorismo” come “prassi che procura un diffuso terrore all’interno del corpo sociale” ad essere centrale nel termine in questione, quanto un “modo” per polarizzare la società tra chi è “colluso” con la parola e il suo significato e chi invece ne è “estraneo”, tra chi è colpevole e chi è innocente. La parola “terrorismo” genera dunque un ordinamento sociale, ossia schiera la società e la inquadra all’interno di un nuovonomos, una nuova legge che si gioca sull’appartenenza e l’estraneità. Quando, ad esempio, una persona parla pubblicamente di Hamas, è sempre tenuta a esprimere la propria “posizione” nei confronti dello spazio semantico che questa parola evoca, si sente cioè obbligata a chiarire la propria “distanza” da tutto quello che “evoca” questa parola, a discolparsi da qualsiasi fraintendimento per il fatto di aver pronunciato la parola Hamas, oggi diventata sinonimo di “terrorismo”. Come se il “male assoluto” si sia attualmente delineato nel termine “terrorismo” e Hamas ne rappresenti una sua incarnazione, tale per cui, evocare quest’ultima parola innesca una “necessaria” prassi di chiarimento non su cosa “sia” realmente Hamas, ma su quale sia la “relazione” di chi parla rispetto alla parola stessa. Ecco allora che emerge la “catastrofe di senso” attuale, in cui il significato della parola non dice più la “cosa” in tutti i suoi molteplici aspetti, spesso contraddittori come la vita stessa (Hegel!), ma,abbandonandoqualsiasi intenzione di analisi complessiva del fenomeno (primo grado della catastrofe di senso), diventa l’eco di un doversi schierare, di un adattamento ad una legge sociale fatta di fratture e contrasti, di un obbligo di accettazione di una prassi che fa dellafratturala sua stessaforma(secondo grado della catastrofe di senso): ilnomosdella frattura ontologica della società. La parola insomma non dice la cosa, ma qualifica la persona che la pronuncia, creando un profondo disagio per il costante chiarimento che viene richiesto.

Va da sé che in questo nuovonomosdella frattura un nuovo impianto giuridico inizia a delinearsi sempre di più: “colpevoli fino a prova contraria”. Anch’io, che in questo momento ho messo in circolo le parole terrorismo e Hamas, sono tenuto a chiarire la mia personale posizione rispetto a queste parole, mi “sento” cioè obbligato a rendere pubblica la mia estraneità al “fenomeno” Hamas, a discolparmi da qualsiasi possibile accusa, per il semplice fatto di aver pronunciato questa parola: Hamas. Dunque: “colpevole fino a prova contraria”. E questo non vale solo per la parola Hamas, ma anche per la parola “Israele”. Ogni mio possibile giudizio critico sulla politica di Israele richiede di ottemperare ad un obbligo sociale, il mio essere innocente o, ancora meglio, non essere colpevole di qualsiasi accusa di antisemitismo. Ecco che si delineano due parole di questa prassi sociale fondata sulla frattura: terrorismo e antisemitismo. In questa catastrofe di senso le due parole sopra indicate, in realtà, non dicono nulla di specifico, ma agiscono come due poli gravitazionali che risucchiano l’intero corpo sociale in una trama opaca in cui i soggetti sono costantemente in una tensione psicologica che li obbliga a chiarire continuamente la propria “posizione” in merito al terrorismo e all’antisemitismo, ed è una tensione costante e continua, perché si ripresenta ogni volta che queste parole vengono evocate. Ecco perché qui si parla di una forma sociale fondata sulla frattura, ossia su qualcosa che è ontologicamente “fratto” e quindi mai risolvibile, mai ricomponibile. Ogni volta si è obbligati a ribadire la propria posizione attuale, e averlo ribadito già in passato, non conta più nulla, perché una società fondata sulla frattura è sempre potenzialmente colpevole. La frattura è l’essere perennemente nello stato di una possibile colpevolezza senza alcun ordine del tempo, come se fossimo in un costante presente che si crea e si disfa senza alcuna memoria. 

Va da sé che una società fondata sull’essere costantemente in un’opaca situazione di colpevolezza, inneschi tutta una serie di processi sociali fondati sul perenne sospetto, sulla paura di essere accusati di appartenere alla parte “sbagliata” dell’umanità, sull’odio cieco nei confronti di chi minaccia la parte “giusta” dell’umanità, di autocensura del proprio pensiero nel timore che venga mal interpretato. La forma di questa società che sta sempre più emergendo non è sicuramente una società fondata sul rispetto e sulla tutela dei diritti universali che dovrebbero essere il presupposto di una democrazia compiuta – posto che sia mai veramente esistita in passato una democrazia compiuta (sic!). No, ci troviamo di fronte a un promontorio, presagio di una nuova forma di totalitarismo, diversa certamente da quelle del passato, ma non per questo meno pericolosa e minacciosa per i nostri diritti e le nostre libertà.

Proviamo adesso ad accennare a cosa potrebbe crescere nell’abisso di questo drammatico promontorio della nostra società. 

Non si tratta di far crollare l’impianto formale di una democrazia in favore di un regime dittatoriale, si può arrivare a un totalitarismo anche lasciando apparentemente intatta la cornice politica di una democrazia. Ma in che modo? È la trasformazione del linguaggio e dei suoi significati che può condurre al compimento di questa frana che stiamo vivendo tutti. Da una parte si tratta di annientare la polisemia delle parole, aspetto essenziale, se ci pensiamo, che ci fornisce potenti strumenti di comprensione della complessità dei fenomeni della vita. Solo attraverso questa drammatica semplificazione del significato è possibile impiegare le parole comelameche squarciano il corpo sociale, creando frontiere da cui scaturisce l’obbligo “etico” di doversi schierare. A questa semplificazione deve corrispondere la rigidità degli opposti che emergono da ogni frontiera. Ciò che invece non deve assolutamente essere rigido è la posizione che di volta in volta i membri di quest’ordine sociale devono assumere. Il perenne posizionarsi deve essere sempre fluido, mai garantito una volta per tutte. Questo significa far sì che il significato delle parole sia sempre nella condizione di acquisire nuovi aspetti e di perderne altri, come delle lenti che artificialmente assumono colori diversi, riqualificano la posizione sociale dei parlanti. Oggi la parola terrorismo significa Hamas, significa organizzazione privata terroristica…ma cosa potrebbe diventare domani? Chi o cosa domani potrebbe incarnare il terrorismo? Così come oggi artificialmente si cerca di equiparare il termine antisemitismo con quello di antisionismo, ma domani quale altro termine potrebbe estendere l’atteggiamento antisemita? Oppure l’appellativo di “Stato canaglia” che oggi riveste la politica della Russia di Putin, ma che domani potrebbe qualificare un qualsiasi altro Stato (Venezuela?) non “allineato” secondo le dinamiche del significato delle parole a partire dalla frattura che si costituisce, polarizzando di nuovo il mondo tra “buoni” e “cattivi”.

Forme di totalitarismo linguistico, come il nostro, necessitano di oggetti rigidi come lame e di contesti fluidi e magmatici su cui realizzare fratture nel tessuto del linguaggio e conseguentemente del corpo sociale. Un corpo sociale quindi costantemente fluido e fratturato, in un costante conflitto semantico fatto di tensioni polarizzate, fomentate dal corpo politico che opera una sorta di annichilimento del significato costantemente precario. 

Quale funzione assume la politica in questo corpo sociale continuamente fratturato? Molto semplicemente favorisce la perenne germinazione delle fratture. La politica ha una gigantesca responsabilità nel provocare innumerevoli fratture nel tessuto sociale, nel far crescere continue tensioni, nell’impoverire la complessità dei discorsi pubblici, riducendoli a un semplicistico discorso di etichettamenti e schieramenti sociali e favorendo così la divisione sociale. In questo modo la prassi politica contribuisce fortemente alla catastrofe del senso attuale.

Nello specifico, si potrebbe tracciare una sorta di strategia comunicativa che accentua la catastrofe del senso delle parole. Quando parliamo di “terrorismo” il linguaggio pubblico crea una sorta di cortocircuito con la parola Hamas, una sorta di icona di ciò che oggi incarna la parola terrorismo. Eppure un’analisi più ponderata e complessa ci dice che il terrorismo non riguarda solo organizzazioni “private” che compiono crudeli attentati nei confronti della società civile. Sappiamo benissimo che la politica sionista oggi come nel passato ha perpetuato una politica terroristica nei confronti del popolo palestinese. Lo sappiamo perché ci sono ricerche storiche ampiamente documentate che confermano una politica terroristica prima ancora della nascita di Israele nel 1948. Sappiamo che la pulizia etnica di Israele si attua da decenni attraverso l’arma del terrore, di massacri indiscriminati nei confronti della popolazione palestinese, quella che viene chiamata dai palestinesiNakba. Ma già a questo primo livello si innesca un processo semantico che invalida il termine terrorismo attribuito a Israele, poiché lo Stato sionista, assieme agli Stati alleati con Israele non parlano di politica terroristica, ma di politica di “difesa”. Ecco allora come frana il significato di “terrorismo” quando viene attribuito al potere dominante, camuffandolo con il termine rispettabile di “diritto alla difesa”. Eppure sappiamo che Israele ha da sempre usato la prassi dell’offesa e non semplicemente della difesa. Ossia ha da sempre conquistato con le armi e il terrore più spietato territori non suoi, per poi difenderli con ogni mezzo. In sostanza la “difesa” di Israele è stata sempre unaconseguenzadella sua politica di aggressione. Ma qui si innesca un altro processo della catastrofe di senso, quella di azzerare la memoria storica, di evitare ogni volta di mettere in circolo una prospettiva storica più ampia che affondi nei decenni passati, in modo da capire i nessi storici che ci mostrano una narrazione molto più complessa di una semplice “politica di difesa”. Questo lo si è potuto vedere con la narrazione del 7 ottobre del 2023. Quell’evento drammatico è diventato come l’anno zero di una nuova era, cancellando retoricamente qualsiasi legame con eventi del passato. In questo modo ciò che emerge è solo il “diritto di difendersi” di Israele. Azzerando in questo modo la memoria storica, Hamas diventa “terrore puro”, mentre la violenza cieca di Israele “difesa legittima”. Il terrore sionista cambia pubblicamente volto, diventando la vittima pura che legittima una violenza, rispetto al 7 ottobre del 2023, enormemente maggiore, e tutto questo mediante la creazione artificiale di una narrazione del diritto alla violenza legittima, per quanto crudele ed estesa. In questo modo Israele e i suoi alleati hanno mutato il senso della parola terrorismo con “legittima difesa”, togliendo invece ai palestinesi “il diritto alla difesa”, facendoli diventare potenziali terroristi: il carnefice si tramuta in vittima e la vittima in carnefice. Naturalmente è fondamentale in questo gioco dei rovesciamenti tra carnefice e vittima far sì che la narrazione abbia un inizio assoluto, quello appunto del 7 ottobre del 2023, creando un vuoto di memoria per tutto quello che è accaduto prima di questo evento. Questa strategia è essenziale per far sì che Israele diventi la vittima perfetta e Hamas il terrore assoluto.

E se questo non bastasse per rovesciare l’ordine della realtà, in cui il carnefice diventa vittima e la vittima carnefice, quali altre strategie narrative occorrerebbe apprestare?

Israele si autodefinisce l’unica “democrazia” del Medio Oriente, per lo meno questa è la retorica di una narrazione che costantemente sentiamo mediante tutti i mezzi di comunicazione. Eppure Israele non presenta gli aspetti tipici delle democrazie moderne, non c’è ad esempio una vera costituzione organica, ma solo delle leggi fondamentali dello Stato sionista, in più in Israele le minoranze etniche vengono costantemente discriminate. A ben vedere, Israele ha fondato da decenni il suo governo fomentando una brutale intolleranza per tutto ciò che è diverso. Aspetti democratici Israele li presenta certamente, ma questo non è garanzia del fatto che non possa perpetuare impunemente una politica genocida nei confronti di un altro popolo. Nel frattempo però si è costituito nel linguaggio dei mezzi di comunicazione di massa la persuasione che la “democrazia” sia sempre nel giusto, che la sua politica non possa compiere azioni turpi e crudeli, eppure la storia ci insegna che regimi apparentemente democratici hanno commesso atti criminali, massacri indiscriminati nei confronti di altre popolazioni, come gli USA in Vietnam, in Afghanistan, in Iraq. Naturalmente tutto questo deve scomparire dalla retorica dominante, lasciando intatto il teorema che una democrazia reale o presunta tale non può essere nel torto, non può essere governata da politici che consapevolmente fanno scelte criminali, terroristiche e contro ogni diritto internazionale. La storia, come già detto, ci insegna che una democrazia non è garanzia di diritti fondamentali, se consideriamo solo la sua struttura formale e non sostanziale. Possiamo ricordare che il criminale regime nazista è nato grazie ad un articolo della Costituzione di Weimar che negli anni ‘20 era considerata la costituzione più progressista e democratica dell’epoca. Infatti, l’articolo 48 della Costituzione di Weimar prevedeva, in casi eccezionali, di sospendere per un tempo indeterminato i principali articoli a tutela dei diritti fondamentali, perciò il regime nazionalsocialista non ha mai avuto la necessità di cancellarla per instaurare un totalitarismo feroce, ma semplicemente di applicare quell’articolo per 12 anni. Ha cioè sospeso la Costituzione per 12 anni così come “prevedeva” la stessa carta costituzionale. Allo stesso modo, Israele può formalmente definirsi una democrazia, ma questo non garantisce una imparziale politica a tutela dei diritti fondamentali dell’uomo.

C’è ancora un altro aspetto in questa catastrofe di senso che la contemporaneità sta vivendo. L’uso improprio del termine antisemitismo per trasformare il carnefice in vittima e la vittima in carnefice, ma anche per censurare ogni critica nei confronti del governo sionista con il rischio infondato di essere accusati di antisemitismo. La catastrofe di senso sta nell’identificare il termine antisemitismo con quello di antisionismo, cosa assolutamente illegittima, ma non per questo continuamente sdoganato da Israele e dai suoi alleati. L’accusa di antisemitismo diventa una nuovalamache frattura il discorso pubblico, creando un’opposizione tra chi viene ritenuto antisemita e chi invece ne è immune. Questa frattura suscita una forma di paura per tutti coloro che dichiarano il proprio dissenso nei confronti di Israele, portando spesso ad atteggiamenti di autocensura e di silenzio. 

Quello che ultimamente sta accadendo nelle scuole italiane a partire dalla nota del Ministero dell’Istruzione, per la quale ogni intervento di esperti esterni nei vari istituti scolastici su temi complessi come la guerra in Ucraina o la Palestina dovrà essere controbilanciato da un contraddittorio, va esattamente nella direzione di amplificare la frattura del discorso pubblico. E questo non certamente perché un contraddittorio non sia un’espressione del discorso democratico, ma perché l’obiettivo è quello di censurare ogni forma di pensiero difforme da quello per il quale “terrorismo significa esclusivamente Hamas”, “Israele è una democrazia”, “criticare la politica sionista significa essere antisemita”. Il contraddittorio richiesto in questo modo ha solo lo scopo di ridurre al minimo qualsiasi critica nei confronti del discorso pubblico della retorica del potere, inducendo i vari istituti scolastici a forme di autocensure per evitare di essere soggetti a provvedimenti disciplinari da parte del Ministero dell’Istruzione. Sono infatti di questi giorni notizie di diversi istituti scolastici italiani che hanno rinunciato ad approfondire tematiche come la Palestina per il vincolo imposto dal Ministero di affiancare sempre un contraddittorio. Il contraddittorio ha qui lo scopo non di mostrarci una realtà più complessa, ma di minimizzare la violenza della politica sionista, contrapponendo le ragioni “legittime” di difesa di Israele. In sostanza, lo scopo è quello di trasformare un serio e scientifico approfondimento su quello che accade in Palestina, con la possibilità sempre presente di creare un dibattito a fine relazione anche con voci critiche da parte di docenti o studenti, in untalk showtelevisivo in cui le voci di posizioni avverse si elidono a vicenda, senza mai la possibilità di comprendere realmente ciò che accade, perché ad ogni posizione se ne contrappone un’altra, come nelle gare di retorica della sofistica, in cui ciò che conta non è dire la cosa com’è, ma aver ragione sull’avversario, spessoaccusandol’interlocutore di essere un potenziale sostenitore di Hamas e quindi un portavoce del terrorismo, di essere contro la democrazia o addirittura di essere antisemita. Il contraddittorio ha qui la funzione di creare le condizioni perché ogni voce critica possa essere risucchiata nel vortice di accuse che parole come terrorismo, democrazia e antisemitismo innescano quando vengono usate come “armi” contro il pensiero libero.

In conclusione, la catastrofe di senso che abbiamo di fronte rischia di fare della società civile un campo di battaglia che vorticosamente subirà continue fratture, in cui parole come terrorismo, antisemitismo, democrazia, dittatura ecc. potranno essere usate come armi per polarizzare continuamente la società tra i buoni e i cattivi, tra democrazia e terrorismo, tra filoisraeliani e antisemiti, tra cattolici e musulmani, tra Occidente e Russia, e via così all’infinito. Si tratta di una catastrofe di senso perché il significato delle parole non avrà più la funzione di dire la realtà, ma di qualificare di volta in volta le persone all’interno delle trame del potere, di polarizzare il corpo sociale per meglio governarlo: una forma di totalitarismo radicata sulla frattura del tessuto del linguaggio e della società.

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